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sabato 26 settembre 2020

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Tra memoria e razzismo

Al ricordo dei campi di concentramento si affiancano le recenti violenze su giovani donne. E torna alla ribalta il tema del “diverso”

02.02.2009 - Irene Roberti Vittory



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Mai "Giornata della Memoria" fu così attuale come in questo periodo. Il parallelismo è evidente: abbiamo una nazione, un mondo che ricorda l'apertura dei lager nazisti, la scoperta della terribile verità, di milioni di persone uccise senza un perché e spogliate di tutto; dall'altra parte, ecco tornata l'ondata mediatica, il focus sugli stupri di giovani donne da parte di extra-comunitari.

Tolleranza e xenofobia, parole che tornano alla ribalta e che sembrano invitare ognuno a schierarsi per una delle due. Ciò che è accaduto quasi settant'anni fa nei campi di sterminio suscita indignazione e commozione, sebbene qualcuno provi a dimostrare che nulla di quello che viene raccontato è successo. Sarebbe bello poter dar loro ragione. Peccato che la storia la pensi, e la mostri, diversamente. Vediamo che c'è un passato che viene aborrito, vittime che vengono guardate con pietà e rispetto. Ma è uno sguardo che si avvale della distanza storica, dunque è pregno di lucidità. E ogni volta che viene ricordata la Shoah, la commemorazione avviene in nome di un qualcosa che non deve più succedere. Se torniamo al nostro presente, però, le cose si complicano. Fortunatamente non siamo ancora arrivati a uccidere gli stranieri in camere a gas, ma casi come quello di Lampedusa e di Guidonia, fanno riflettere.

È di due giorni fa la notizia che una folla inferocita ha tentato di linciare i romeni colpevoli della violenza sessuale nella provincia di Roma. È strano essere furiosi con chi ha commesso un simile abominio? Non saremmo stati ispirati a fare lo stesso con i nazisti omicidi? Non credo si possa condannare la loro rabbia. Ciò che invece "suona strano", è il notare che l'informazione, ancora una volta - e chissà perché... - di colpo emette la sua sentenza: ad essere degli stupratori, ladri, peccatori, sono solo e soltanto extra-comunitari, soprattutto provenienti dalla Romania.

Siamo obiettivi: la sicurezza, nel nostro Paese, non esiste. Le pattuglie che fanno la ronda per strada, evidentemente non sono una gran soluzione. La diffidenza c'è, è impossibile che non ci sia. Ma troppo spesso ci si scontra con l'idea dello straniero come specie di demonio, come se davvero potessimo credere che gli Italiani sono un popolo di "santi ed eroi". Quello che è successo negli anni '40, forse, non avverrà più. Perlomeno non avverrà più in maniera così eclatante. Eppure gli effetti potrebbero essere gli stessi. Fingiamo cosmopolitismo, fingiamo di sostenere la globalizzazione, ma ne accettiamo solo gli aspetti più "comodi".

I colpevoli, italiani o stranieri, qui non vengono puniti: questo è il vero problema. Non si tratta, o meglio, non dovrebbe trattarsi di cercare un capro espiatorio e giocare a fare le vittime. Anche in questo si dovrebbe misurare la grandezza di uno Stato. Se le pene fossero adeguate, se la giustizia fosse garantita, se ci fossero politiche adeguate nei confronti degli immigrati, forse parleremmo meno di reati gravi. Per di più, da un punto di vista puramente razionale, il male non è detenuto solo dagli stranieri. Non sono neanche necessari grandi sforzi di immaginazione per accorgersi di quali e quanti Italiani sono truffaldini e violenti. È altrettanto naturale che la mente venga influenzata, incanalata da un "flusso di pensieri" propinato dai media. Insomma, la diffidenza è più che giustificabile, ma dovrebbe scendere a patti con un minimo di oggettività: quel raziocinio che spinge a pretendere giustizia - e dunque a pretendere che ci siano persone che facciano rispettare le leggi, allora sì che bisogna arrabbiarsi - e non a farsela da soli bruciando, tanto per fare un esempio, il negozio di un romeno. Va bene che l'uomo ha dimostrato durante tutto il corso della storia di poter essere peggio di un animale selvatico, ma non sarebbe ora che iniziasse a fare l'Uomo?

 

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