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domenica 09 agosto 2020

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L’Italia degli aiuti di Stato torna a farsi rivedere

La crisi mondiale sta coinvolgendo gran parte dei settori industriali del mondo, ora anche europei. Si profilano interventi di Stato a sostegno delle imprese, specie per la Fiat, in Italia

08.02.2009 - Daniele Maurizi



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L'automobile in Italia, nella veste di Fiat, sta determinando il suo destino su due fronti, uno estero ed uno interno, il secondo più complesso del primo. Partiamo dal "semplice". In America si sta discutendo se sia giusto o meno che la Chrysler ceda a Fiat il 35% delle proprie azioni alla Fiat senza che essa sborsi un centesimo. La questione, ovviamente, non è economica visto che l'azienda automobilistica americana è praticamente fallita, non avendo più un core business sul quale puntare. Le sue auto stanno diventando non più appetibili per il mercato, che è alla ricerca di mezzi più piccoli e che consumino di meno, in vista di una previsione al rialzo del prezzo della benzina nel medio termine. Il tutto si inserisce, invece, in una sorta di "orgoglio americano", che non gradisce pagamenti così onerosi per le follie degli speculatori di Wall Street; inoltre in un periodo di crisi è fisiologico che un Paese si chiuda in sé stesso e cerchi di tenere per sé le aziende interne, anche a costo di un esborso oneroso per il salvataggio che in quel caso sarebbe inevitabile.

Per quanto riguarda la situazione interna, delle fabbriche italiane, emerge la situazione di crisi che da tempo ci si aspettava. Sostanzialmente, nel solo mese di gennaio, le vendite di auto sono crollate del 35% circa, facendo registrare il risultato peggiore da almeno due decenni. Questo sta comportando la crescita della consistenza del "magazzino" di Fiat, cioè delle auto prodotte e rimaste invendute, le quali creano un imbuto verso l'uscita che obbliga l'azienda a condurre una produzione singhiozzante nei suoi stabilimenti sparsi in giro per l'Italia. Allo stato attuale, i più sofferenti sono quelli di Pomigliano D'Arco (Napoli) e il solito di Termini Imerese (Palermo). In essi, i lavoratori vengono chiamati ad operare veramente "a giornata", a ritmi di quindici giorni "quando serve". Si sta rischiando, su un totale di dipendenti di Fiat che si dovrebbe aggirare intorno ai 185.000, il licenziamento di quasi un terzo di questa forza lavoro.

 

In aggiunta, uno dei veri problemi della Fiat è quello del sovradimensionamento produttivo; cioè il totale delle automobili che gli stabilimenti sarebbero in grado di produrre se lavorassero a pieno regime è nettamente più alto della capacità di assorbimento del mercato. E questa è un'altra voce di "costo fisso" che va ad appesantire il bilancio di Fiat e che incide per una misura abbastanza significativa. Proprio questa sovrabbondanza potenziale è alla base della ricerca di Fiat di nuovi mercati di sbocco, che le consentirebbero di incrementare le vendite con investimenti minimi dal punto di vista strutturale.

Un'azienda che fosse veramente privata dovrebbe "risolvere da sé" la situazione, prendendo, se necessario, anche delle decisioni dolorose, come per esempio la chiusura di alcuni stabilimenti e il licenziamento dei lavoratori. Ma in Italia, ed anche in molte altre parti del mondo, questo sembra non si stia facendo. Molti Stati stanno mettendo mano al portafogli per salvare i propri "campioni nazionali". Giustificabilissime le ragioni sociali di questi interventi, due per tutti: salvataggio di posti di lavoro e salvaguardia di almeno una parte del potere d'acquisto dei lavoratori, tentativo di non far fallire la più grande azienda manifatturiera rimasta in Italia. Se si ritengono giuste ed "etiche" queste motivazioni, con la stessa lente dovrebbe essere valutato il principio della "privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite", perché è questo ciò che si sta prospettando.

È stato varato un piano di aiuti da parte dello Stato al settore dell'auto (e di altri, come quello dell'elettronica di consumo) composto della solita ricetta: incentivi per l'acquisto di nuove auto, incentivi per le rottamazioni, esenzione dal pagamento del bollo per un certo numero di anni, e così via. Pochi i soldi a disposizione, ovviamente: al massimo due miliardi di euro, a dispetto dei quasi nove della Francia. Si dice che questi aiuti saranno a costo "quasi zero" per la collettività. Le risorse spese per gli incentivi saranno recuperate di maggiori incassi IVA conseguenti ai previsti aumenti delle vendite.

Nella questione degli aiuti di Stato per Fiat (e la stessa cosa si è verificata a livello ancora più macroscopico per la vicenda Alitalia) si registra un enorme problema che è ben noto per le aziende private e che si condensa nella separazione tra la proprietà e il management. Si tratta dei cosiddetti "problemi di agenzia". È legittimo chiedersi quale sia il ruolo dello Stato in questa vicenda o in quelle ad essa assimilabili. Quali sono gli interessi che si devono tutelare? Se quelli dei lavoratori, se quelli di tutta la massa dei contribuenti. Come si concilia questa direzione con la politica di privatizzazioni che da quasi un ventennio abbiamo deciso di operare? E in ultimo, è giusto che lo Stato, visto che ha optato per una politica di aiuti, rimanga in posizione di terzietà rispetto alle decisioni del management? È ovvio che la questione aprirebbe un dibattito enorme, difficilmente condensabile in poche righe. Gli interessi in gioco sono enormi, però chiedersi queste cose e formarsi un'opinione personale aiuta a valutare criticamente l'operato di chi ci governa.

 

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