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giovedì 06 agosto 2020

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Prestito ponte: andata e ritorno

La Commissione delle Comunità Europee ha ritenuto che il prestito ponte di trecento milioni concesso dal Governo ad Alitalia configuri un aiuto di Stato

09.03.2009 - Daniele Maurizi



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Con il decreto legge 23 Aprile 2008, n°80, il Consiglio dei Ministri italiano aveva approvato la concessione di un "prestito ponte" dell'ammontare di 300 milioni di euro alla compagnia aerea "Alitalia", in virtù della partecipazione dello Stato (in quel tempo) per una quota del 49,9% nel suo capitale. Con il successivo decreto 93/2008, il Governo ha concesso ad Alitalia la facoltà di imputare l'importo del prestito in conto capitale. Questo, a giudizio dello stesso Governo, avrebbe consentito di far fronte alle perdite accumulate senza la determinazione della diminuzione del capitale sociale e delle riserve al di sotto del "minimo legale", scongiurando così l'attivazione della procedura concorsuale (l'anticamera del fallimento).

Nella decisione dell'11 giugno 2008 la Commissione delle Comunità Europee, dando seguito alle denunce presentate dinanzi ad essa da parte di varie altre compagnie aeree, ha avviato un procedimento di indagine formale. In particolare, la Commissione ha espresso dei dubbi sull'azione dell'Italia come azionista avveduto che persegue una politica strutturale, generale, guidato da prospettive di redditività dei capitali investiti. La Commissione ha sollevato la questione dell'illecito vantaggio economico del quale Alitalia non avrebbe goduto in normali condizioni di mercato. Inoltre, sono state valutate le condizioni per l'accesso ai nuovi fondi da parte della società, facendo valere il rilevamento della "ripetitività" del conferimento che si è reso necessario per il salvataggio. Sostanzialmente non si sarebbe configurata la presenza dell"aiuto una tantum", per il quale sarebbe stato più complesso sollevare obiezioni.

Il 12 novembre 2008 la Commissione è pervenuta ad una decisione, la quale è stata ufficialmente pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea solo pochi giorni fa. L'esito della procedura d'indagine è sempre stato di immediata intuizione, ma ora il buon senso viene a trovare conferma anche a livello formale.

Sentiti i pareri motivati delle compagnie aeree denuncianti, le risposte delle autorità italiane e delle altre parti chiamate in causa, e a seguito del procedimento di indagine formale (avviato conformemente all'art. 88, paragrafo 2, del Trattato che istituisce la Comunità Europea), la Commissione ha ritenuto che il prestito concesso ad Alitalia (trecento milioni di euro, imputabili in conto capitale) costituisce un aiuto di Stato incompatibile con il mercato comune nonché illegale, rispettivamente ai sensi dell'art. 87, paragrafo 1 e dell'art. 88, paragrafo 3, del Trattato.

Affinché una misura nazionale possa definirsi aiuto di Stato occorre il verificarsi di una serie di condizioni cumulative, cioè: la misura in questione deve conferire un vantaggio mediante risorse statali, tale vantaggio deve essere selettivo e, infine, la misura deve falsare o minacciare di falsare la concorrenza e incidere sugli scambi tra Stati membri (dell'Unione Europea). Le motivazioni per spiegare la sussistenza di queste condizioni sono molteplici. Di seguito le principali.

In merito all'esistenza di un vantaggio conferito mediante risorse statali è indubbio che la misura del prestito sia gravante sul monte risorse dello Stato Italiano essendo lo stesso l'esecutore delle decisioni adottate nel Consiglio dei Ministri italiano, che è l'organo in seno al quale è stato approvato il decreto 80/2008. L'esistenza del vantaggio economico va parametrata all'eventuale (razionale) comportamento di un investitore privato (seppure non comune, ma una società di partecipazione o gruppo privato con lo scopo di perseguire una politica strutturale e raggiungere prospettive di redditività a lungo termine) chiamato a decidere su un conferimento di capitale in circostanze simili. In assenza di questo requisito, come risulta essere, date le motivazioni che hanno accompagnato il prestito (necessità di far fronte ai fabbisogni immediati di liquidità), si configurerebbe la fattispecie dell'aiuto di Stato.

La concessione del prestito ha conferito indubbiamente ad Alitalia un vantaggio economico di cui lei è risultata l'unica beneficiaria. In questo risiede il carattere selettivo.

Infine, in merito all'incidenza della misura sugli scambi tra Stati membri e alla distorsione della concorrenza, la Commissione ha ritenuto che l'attività di trasporto di un'impresa come Alitalia influisce direttamente sugli scambi e riguarda numerosi Stati membri, operando le compagnie aeree in un innegabile regime di oligopolio. La distorsione della (poca) concorrenza si realizzerebbe proprio in merito al verificarsi del presupposto della selettività, cioè al dirottamento unilaterale della misura.

La decisione della commissione è stata netta, inequivocabile. L'Italia, concedendo il prestito di trecento milioni di euro ad Alitalia, ha operato in violazione del trattato e incompatibilmente con il mercato comune. È stata dunque richiesto l'immediato rimborso dal beneficiario di un importo comprensivo di interessi (calcolati secondo una regola di capitalizzazione composta) decorrenti dalla data in cui la somma della misura è stata messa a disposizione fino a quella del suo effettivo recupero.

Il procedimento articolato che ha portato a questa conclusione, permette una serie di considerazioni. La vicenda Alitalia, benché lontana dall'attenzione mediatica, è lungi dall'essere conclusa e mostra ancora retroscena sui quali sarebbe utile fare chiarezza, o quantomeno dare informazione. In merito alla restituzione della somma è forte la necessità di un chiaro e limpido procedere. La Commissione, nell'articolo 3 della sezione relativa alle decisioni ha stabilito che l'Italia deve dare esecuzione alla decisione entro una distanza massima di quattro mesi dalla data della notifica, dando preventivamente descrizione dell'importo complessivo da recuperare dal beneficiario e la descrizione dettagliata delle misure adottate e previste per conformarsi alla decisione. L'ultima considerazione è di tipo procedurale e riguarda l'utilizzo del decreto legge come metodo sbrigativo per assumere anche decisioni importanti. È indubbio che una discussione nell'ambito di un Consiglio dei Ministri è meno laboriosa e lenta di una discussione parlamentare. Tuttavia ha il risvolto negativo di consentire un veloce celamento dei provvedimenti adottati, con il risultato di tenere all'oscuro gran parte delle persone sull'operato del Governo in tempo reale. Quando Napolitano ammoniva per un ricorso meno frequente alla decretazione d'urgenza intendeva scongiurare due pericoli importanti, quello della già scarsa trasparenza e quello dell'esautorazione delle funzioni del Parlamento. Sono questi i due pilastri della discussione normativa e sociale attuale.

 

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