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La verità non serve a niente

27.02.2009 - Michela Monferrini



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Nicola Alamanni è stato uno scrittore di successo, ma ora è un uomo molto anziano che vive recluso nella sua casa romana in compagnia d'una domestica. Da molto tempo le uniche notizie che riceve su suo figlio, col quale ha sempre avuto un rapporto complicato, gli vengono fornite dai giornali: Bernardo Alamanni è infatti un ministro costretto alle dimissioni dai piani alti, un pesciolino sacrificato dagli squali, anzi, dallo squalo, il «Comandante», secondo la solita legge della politica: il titolo del romanzo ne rappresenta l'assunto principale.

A ricongiungere, lentamente, le loro vite, arriverà Valentina: giornalista in erba apparentemente sicura delle proprie aspirazioni, ma in fondo incerta di fronte ad un futuro ancora tutto da costruire (a dimostrarne la fragilità sono i corti capelli, tinti di viola, rosso fuoco, verde bottiglia). Valentina cercherà di guadagnare un contratto al giornale scavando nel passato di Bernardo, andando alla caccia di notizie esclusive su quel padre scrittore che non scrive da tempo e arrivando a scoprire il vero motivo di tanto astio nei confronti del figlio, mentre al lettore si farà sempre più evidente qualcosa che è all'origine di tutto e che in realtà gli è stato rivelato sin da subito, e cioè la differenza, anche fisica, tra i due protagonisti. Nicola è alto, porta i lunghi capelli lisci, ormai bianchi, stretti in un codino; Bernardo è basso e robusto e i suoi capelli sono neri e ispidi, ricciuti.

La verità affonda le sue radici nella Roma della persecuzione razziale, una Roma spettrale in cui gli interni di certi palazzi bombardati s'affacciano direttamente sulle strade perché privi di facciata, sventrati, simili a case di bambole. Così il coraggio di Nicola è il coraggio del ritorno alla scrittura e contemporaneamente del ritorno ad un passato difficile. Ma è tutto vero quel che ricorda e scrive? «È una vecchia storia di cui ho letto da qualche parte, molto tempo fa [...] Potrebbe essere la stessa, sembra combaciare perfettamente con la mia, ma magari non c'entra nulla. Diciamo che mi è sembrata verosimile. Quello che conta in un romanzo è la verosimiglianza, non la verità». Già il Comandante aveva liquidato la pratica Alamanni (figlio) dichiarando che «la verità non serve a niente».

In questo quadro desolante, ritratto veritiero dell'oggi in cui tutto, dalla politica alla letteratura, è bugiardo oppure illusorio, van Straten sceglie comunque d'aprire uno spiraglio d'ottimismo, di speranza di cambiamento: un ruolo che affida a Valentina, rappresentante d'un mondo giovanile non ancora corrotto, né disposto a scendere a patti, ad accettare squallidi compromessi. Valentina non ama sentir parlare di verosimiglianza per il romanzo: per lei la storia che le è stata raccontata è vita reale, non romanzo, e «le sembra che mescolare le cose sia molto pericoloso. È troppo giovane ancora per apprezzare l'ambiguità». Però, mentre ci riflette, sembra capire che proprio questo è il punto della questione: che la sincerità d'un romanzo, l'autenticità di chi lo scrive, trasforma il romanzo stesso in vita reale nel momento in cui pare semplicemente raccontarla, sì che l'unica bugia del romanzo di van Straten resta il titolo.

 

La verità non serve a niente di Giorgio van Straten

Mondadori, 2008

pp. 201

euro 17,50

 

 

 

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