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martedì 22 settembre 2020

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Anteporre la verità cattolica all’amore cristiano, questa è la regola

Il Papa ha scelto l’intransigenza dogmatica piuttosto che l’amore benevolente nel suo messaggio “apostolico” africano. Lo sconcerto del mondo non trova d’accordo la politica italiana, che ancora una volta attua la tecnica dello struzzo.

30.03.2009 - Daniele Maurizi



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Le parole, contrariamente a quanto sostenuto dagli antichi, non sempre volant. Ossia, non sempre le parole che si dicono non sortiscono effetti nelle menti e negli animi di chi ascolta. Anzi, quasi mai è così, specialmente quando chi le pronuncia è una persona verso la quale è riconosciuta autorevolezza, ruolo istituzionale e/o identificazione affettiva. Neanche i luoghi e le circostanze in cui si pronunciano dette parole godono di assoluta neutralità.

Negli ultimissimi giorni il Papa (cattolico di Santa Romana Chiesa) si è recato in Africa, alle latitudini del Camerun e dell'Angola, per diffondere il suo verbo evangelico. Inconsapevolmente, il continente africano si è trasformato in una cassa di risonanza per un messaggio micidiale pronunciato dal "sommo" pontefice. Lì, proprio nella terra dell'Aids, egli pronuncia parole che sostanzialmente bocciano l'uso del preservativo, sostenendo ulteriormente che il suo uso aggraverebbe il problema (dell'infezione).

Ora, parole di questa portata, il cui commento rimane addirittura superfluo, non possono rimanere nel dimenticatoio. Non sono state pronunciate da una persona qualunque in evidente stato di alterazione psico-fisica, ma dal rappresentante spirituale di oltre un miliardo di anime sul pianeta. È indubbio che il verbo è un'entità poco astratta a sé stante, che gode di vita propria, dunque è altrettanto fuor di dubbio che una stupidaggine è tale anche se è pronunciata dal Papa.

Se il messaggio che si voleva mandare alla comunità cristiana era quello dell'invito al "consumo" responsabile della sessualità, applicando principi di rispetto verso sé stessi ed il partner, puntando il dito contro i divorzi facili e le unioni tra omosessuali, che costituiscono noti capisaldi della dottrina cattolica, le parole usate non andavano assolutamente in questa direzione, neanche con uno sforzo interpretativo notevole. Persino il luogo era sbagliato.

Diventa necessario interrogarsi un momento su questa Chiesa e individuarne il ruolo di fronte ad una comunità mondiale di fedeli. Perché emanare una posizione così palesemente aberrante, così contraria ad ogni evidenza scientifica? Perché ancora questi toni proibizionisti, propri di un'istituzione che non riesce a stare al passo con l'evoluzione sociale degli individui e delle anime? È questa cecità la più grave mancanza della Chiesa cattolica, la causa principale dello scollamento tra principio di adesione e pratica collettiva. Si sente enormemente la mancanza dell'esempio della carità e della compassione, alle quali si è abdicato a favore dell'affermazione della Chiesa come unica promanatrice della "verità".

È chiaro che il posizionamento in quest'ultima ottica non consente agli organi ecclesiastici di cogliere ciò che le comunità umane, al di fuori del credo religioso, stanno chiedendo in molti modi, cioè che venga riconosciuto loro un principio di libertà fondamentale, quello di un'autodeterminazione che è alla base del volere di Dio per gli uomini. L'aderenza a questo principio è assolutamente lontano rispetto a quello di relativismo, etico o religioso che sia, di cui questo Papa ha enormemente paura. L'autodeterminazione all'interno di un corpo di regole sociali, finanche religiose, consente all'uomo di poter scegliere i principi etici ai quali aderire, pur rimanendo nel rispetto degli altri individui. In questo modo si può esercitare la dignità della persona, la religione sarebbe sentita dentro le anime perché scelta costantemente, e lo scollamento riassorbito.

Sarebbe stato più interessante sentire il Papa esortare le comunità politiche mondiali a incentivare la ricerca per una possibile cura, per garantire l'assistenza alle persone malate, per fare informazione vera alla luce delle conoscenze attuali; un Papa che si aprisse verso una politica della procreazione, comprendendo che molta parte delle persone, pur volendo aderire a questa politica non possono farlo e sono costrette a reprimersi per via di condizioni economiche sfavorevoli nonché di politiche sociali e del lavoro che non consentono l'attuazione di un progetto "famiglia" in tempi consoni.  

Non si riesce a comprendere fino in fondo se la durezza della Chiesa sia ottusità, rigidità o abnegazione del mandato apostolico a vantaggio dell'affermazione temporale. Siamo sicuri che non sia questa la sua vera malattia da curare?

Oltre a queste domande, che meritano una riflessione, l'Italia deve porsene almeno un'altra. Non è passato inosservato che i mezzi d'informazione radio televisivi del nostro Paese hanno trasmesso la notizia delle affermazioni gravissime del Pontefice con un giorno di ritardo rispetto agli altri Paesi, forse sperando che la cosa scivolasse via tra le pieghe dei celamenti quotidiani. Per fortuna non è stato così, nel senso che avendo gli altri, Olanda e Francia in testa a tutti, preso le opportune distanze dal Papa, anche all'Italia è stato chiesto di esprimere una posizione. Nessuno ha avuto il coraggio di uniformarsi allo sdegno generale, né in seno alla maggioranza né tanto meno tra i pulcini dell'opposizione. Proprio nessuno. Questa sudditanza al clero cattolico costituisce un bavaglio insopportabile. A quando la liberazione?

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