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martedì 22 settembre 2020

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Le campane di Bicêtre

15.04.2009 - Daniele Maurizi



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Le campane di BicetreI "nanelli" delle campane di Bicêtre, intorno ai sobborghi di Parigi, ricordano a René Maugras che è giunta l'ora di fare i conti con sé stesso, di guardare in faccia la realtà che sta vivendo, gli oggetti di cui si è circondato e le persone che fanno parte delle sue frequentazioni. La malattia, un ictus che gli immobilizza la parte destra del corpo, priva il protagonista dell'uso della parola e dei movimenti o gesti che prima gli risultavano normali: una camminata o la redazione di un articolo di giornale. Lui, il direttore del giornale più importante ed influente di Parigi, d'improvviso perde conoscenza e si risveglia immobile in un letto d'ospedale, circondato da sconosciuti. È nella piccola stanza di ricovero che si svolge l'intera trama. Non è la storia di una guarigione fisica, ma quella di un recupero delle proprie esperienze, di un esame retrospettivo nel luogo più insidioso e ansiogeno che si può visitare: sé stessi. La malattia, ossia la condizione di indisponibilità dell'esistenza così come la si era costruita e vissuta fino ad un momento prima, toglie al paziente il filtro che distanzia la sua mente dall'anima e ciò che si vede può essere affascinante e terribile, anche più della stessa malattia. Il protagonista decide di intraprendere questo viaggio anzi, lo vuole far durare il più a lungo possibile e nella solitudine interiore, privato di tutti i coriandoli della vita fuori dell'ospedale, comincia a guardare con gli occhi dell'anima, a parlare a sé stesso piuttosto che agli altri, a sentire piuttosto che toccare. Decide di considerare un'opportunità ciò che gli è successo. Ma in fondo, non è nulla di straordinario; la malattia appartiene al genere umano, fa parte del teatro della sua esistenza. Non si parla solo di fisicità, ma di rapporti umani, di contatti, di attività svolte, di rituali, che molto spesso sono viziati e verso i quali molti di noi sentono un senso di impotenza e la reazione più comune è quella di lasciarsi trasportare nel vortice della quotidianità, abdicando alla ricerca volontaria e consapevole della propria felicità. L'isolamento e il contatto con sé costituiscono l'unica strada verso questo recupero, per poi ripartire, se ce n'è la possibilità. Georges Simenon offre ai suoi lettori un romanzo nel quale si mette a nudo l'inerzia dell'uomo quando si trova dentro sé stesso. Il linguaggio è l'autentica metafora del posizionamento dei suoi pensieri: elegante e forbito nel monologo interiore, scarno ed essenziale nella sua manifestazione esterna. Assolutamente scorrevole sia nella trama che nella prosa, frutto anche di un'abile traduzione linguistica. Se non ci si immedesima nel personaggio e nella sua condizione si corre il rischio di annoiarsi, data la staticità della scena; ma se le parole offrono lo spunto per parlare a sé, si corre il rischio contrario, quello di rimanere aggrappati alle pagine del libro, vivere la malattia insieme al protagonista e scandire più volte alcune parole e domande che non possono rimanere senza risposta, per ognuno di noi. 

 

Autore: Georges Simenon

Traduzione: Laura Frausin Guarino

Editore: Adelphi, 2009

Genere: romanzo

Numero di pagine: 261

Prezzo: 19 euro

 

 

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