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lunedì 25 maggio 2020

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Gianni Letta: “e’ sempre colpa della politica?”

Lezioni di giornalismo all’Auditorium - pregi e difetti della professione giornalistica

23.04.2009 - Camilla Troiani



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Oggi, 22 aprile, è l'ultimo appuntamento della rassegna delle Lezioni di giornalismo e Letta  decide di richiamare gli interventi dei suoi colleghi che hanno calcato lo stesso palco, nei precedenti incontri: "Il giornalismo è una 'vocazione' ha detto Eugenio Scalfari, 'come quella di un prete'; 'una passionaccia', l'ha definito Enrico Mentana. 'Non è un mestiere ma un amore, una dannazione. Lo farei anche gratis' ha detto invece Montanelli". Letta ripercorre anche le parole di Gianni Riotta il quale,  citando passi del Vangelo, si era domandato se "la verità renderà gli uomini liberi" o se "gli uomini sceglieranno le tenebre".

L'uomo, in piedi, dai capelli bianchissimi, avverte la platea: "La mia sarà una confessione, non una lezione". Appena compiuti i vent'anni Letta era già corrispondente dall'Aquila per la Rai, l'Ansa e alcuni quotidiani nazionali. E' direttore de "Il Tempo" dal 1973. "Iniziai a scrivere come giornalista da ragazzino, avevo tanta determinazione e voglia di fare. Con la mia prima esperienza di governo nel 1994", quando venne chiamato dal nuovo Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla sua Vicepresidenza, "chiesi di lasciare a me la mansione delle relazioni con i giornalisti dato che avevo esercitato tale professione per più di trent'anni". "Volevo consegnarmi ai miei colleghi, volevo metterli in condizione di sapere tutto, ogni delibera del consiglio dei Ministri. Ma" dice con una sottile rassegnazione, "durante la prima Conferenza Stampa nessuno si appassionò alle informazioni che davo in modo meticoloso e puntuale. Dopo alcuni mesi in cui tentavo di suscitare l'interesse dei miei ex-colleghi, mi resi conto che i giornalisti continuavano ad essere interessati solo ai 'retroscena', alla malignità politica, al pettegolezzo alle liti. Infine decisi che di lì in avanti avrei lavorato senza rilasciare più un'intervista nè una dichiarazione. Dal 1994 non sono più apparso in televisione". Nasce spontaneo un applauso dal pubblico.

Ed ecco che emerge la riflessione che Letta vuole condividere con i suoi ascoltatori: "E' sempre corretto il ruolo tra giornalismo e politica? E' sempre colpa della politica?". Senza dilungarsi in un excursus sui grandi pensatori della filosofia politica come Aristotele, Hobbes, Marx, Toqueville, Letta conclude che "gli uomini non hanno mai imparato niente dalla storia, non hanno seguito i suoi moniti né hanno mai agito considerando le esperienze passate". Oggi "la politica appare consumata. Verso di essa si nutre pessimismo e disinteresse. Nella società odierna, scandita da tempi rapidi e in continua evoluzione, la politica appare un'arte lenta e inappropriata".

Il progressivo distacco della massa dalla politica si deve, secondo Letta, a tre cause: la dilatazione dell'economia mondiale, che travalica inesorabilmente i confini dello stato territoriale; la fine delle ideologie, che ha distrutto le certezze e i punti di riferimento;  infine la rivoluzione dei mezzi di comunicazione. La possibilità di conoscere ogni fatto in tempo reale e di essere in comunicazione con chiunque si voglia, ha stravolto le nostre abitudini e anche la politica.

 "Non mi piace quando la politica diventa spettacolo, quando i giornalisti si pronunciano su questioni di cui non conoscono abbastanza o delle quali non possono prevedere il  divenire". "I giornalisti troppo spesso affermano 'cosa' si debba fare, prima ancora che la situazione si sia definita o si sia conclusa". "Come fa un giudice a pronunciarsi con imparzialità, indipendenza e serenità se, già prima della sua sentenza, sono proliferati dibattiti e comizi in televisione? La verità è che ormai in Tv si svolgono processi e addirittura indagini! Condotte arbitrariamente dai giornalisti".

"La televisione ha surrogato i luoghi istituzionali. Tutto ciò che è in tv 'è', tutto il resto non esiste". La nostra società sta dunque vivendo un'anomalia forte che porta ad una pericolosa disfunzione della macchina amministrativa. Si tratta di un' "involuzione" inarrestabile. Sembra un'esortazione quella in cui Letta afferma invece di sperare che la televisione diventi un fattore di stimolo e di sostegno per la società intera e per la politica. "I giornalisti devono però recuperare un senso di 'umiltà', unitamente ad un senso di coscienza, nel porsi dinnanzi alla realtà per raccontarla, rispettando alcuni valori fondamentali nello svolgimento del proprio lavoro".

Ecco che Letta si accinge a concludere con una previsione più pessimistica e più realistica: "Tutti vogliono piacere: i giornali vogliono vendere, i politici vogliono essere eletti. L'ultima fase degenerativa del processo che la società italiana sta vivendo è la demagogia. E in Italia già se ne fa troppa." Assistiamo, secondo l'oratore, ad un impoverimento della professione giornalistica: "I giornali si fanno sulla tv della sera prima e  la tv sui fa sui giornali della mattina. L'obiettivo è sempre quello di compiacere la maggioranza".

Tra le domande e le riflessioni del pubblico, una sembra essere maggiormente vicina alle posizioni di Letta. Quella di un telegiornalista: "Il vero 'sciacallaggio' oggi non è quello di chi va a rubare nelle case dei terremotati ma quello di chi chiede 'Come sta?' ad uomo che ha perso sua moglie e i suoi figli".

Con fare modesto, uno dei maggiori protagonisti della scena politica italiana, conclude: "Se ognuna delle persone che usa dal di dentro  la televisione si fermasse a pensare e si rendesse conto della potenza di questo mezzo, forse si realizzerebbe quello che alcuni di noi, tra cui io, auspicano".

 

 

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