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giovedì 02 aprile 2020

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Quello che non si doveva dire

Biagi ritorna con un libro (e con una trasmissione). E parla dei silenzi della televisione negli ultimi cinque anni

13.08.2007 - Paolo Ribichini



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Sono passati cinque anni dal famoso “Editto Bulgaro” berlusconiano che di fatto estromise dalla TV pubblica Michele Santoro, Daniele Luttazzi ed Enzo Biagi. Dopo cinque anni Biagi torna con un libro, scritto con la collaborazione di Loris Mazzetti, amico ed indispensabile sostegno dell’ottantaseienne giornalista emiliano. Diciamolo subito: “Quello che non si doveva dire” (edito da Rizzoli, Libri Oro, 318 pagine, €6) non è un libro-reportage e nemmeno un romanzo. In questo si diversifica molto dalle precedenti opere dell’autore. Rimane, però, dei lavori precedenti, quell’ “umanità”, quell’amore verso la gente, quella compassione verso i più deboli. Questo libro è uno sguardo ai fatti di cronaca e di politica degli ultimi cinque anni. Non è un libro di approfondimento ma solo di riflessione. Biagi inizia il suo viaggio tra i fatti degli ultimi cinque anni ricordando Fortugno e i ragazzi della Locride, la mafia. Continua in ordine sparso: la TV spazzatura, l’Iraq, la Somalia, la politica interna, la Cina, il terrorismo nostrano, Berlusconi. Ogni tanto la narrazione devia dalla semplice cronaca dei fatti per rifugiarsi nel ricordo, nelle esperienze personali, nella storia. Emerge, poi, il rammarico per non aver lavorato in questi ultimi cinque anni, per non aver raccontato, per non aver indagato proprio quei fatti che riporta nel libro. Biagi soffre per la sua assenza dalla TV. Lo nega ma in realtà, quasi ossessivamente, ricorda che quei fatti che sta narrando li avrebbe trattati e approfonditi nella fortunata e ottima trasmissione Il Fatto. Cinque anni di silenzi lo hanno corroso, lo hanno invecchiato, e questo nel libro si sente. C’è poi l’amara implicita constatazione del tempo che passa, di non aver raccontato in prima persona la guerra in Iraq. Il titolo “Quello che non si doveva dire” è ovviamente provocatorio. È una contestazione nei confronti di chi lo ha ammutolito, è una contestazione nei confronti di quei giornalisti che non hanno fatto a pieno il loro mestiere, non raccontando la realtà in ogni sua parte. Per Biagi è l’Italia della censura, è l’Italia del revisionismo storico, è l’Italia del pallone. Tutto questo fa male a Biagi che decide di riprendere la parola, non più dalla televisione che gli è stata preclusa, ma dalla carta stampata di un libro. Biagi scrive questo libro quando ancora non ha avuto contatti con la RAI per il suo ritorno in TV. Sabato 21 aprile Biagi è riapparso sullo schermo: è cambiata la rete, Rai 3 e non più Rai 1, è cambiato l’orario, 21 30, è cambiato titolo del suo programma: RT – Rotocalco televisivo. Ritorna alle origini scegliendo lo stesso titolo della sua prima trasmissione TV che diresse nel 1962. L’idea, forse, è proprio quella di chiudere il cerchio, di chiudere la propria carriera proprio come è iniziata, con semplicità, stile e pacatezza. «Scusate, sono tanto contento di rivedervi. E confesso che sono anche commosso. Ma c’è stato qualche inconveniente tecnico che ci ha impedito di continuare il nostro lavoro. L’intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica». Ben tornato.
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