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mercoledì 27 maggio 2020

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Corno d’Africa: il triangolo che non conosce pace

01.06.2007 - Giuliana Caprioglio



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Poche e spesso superficiali sono le notizie che riguardano l’Africa nonostante la gravità cronica dei mali che affliggono questo continente: quando scoppia una crisi se ne sente parlare i primi giorni e poi silenzio. In Italia in particolare ci si aspetterebbe una maggiore attenzione per le vicende della regione del Corno d’Africa, che al suo interno comprende l’Etiopia, la Somalia e l’Eritrea, paesi che si trovano agli ultimi posti della graduatoria mondiale dell’Indice di Sviluppo Umano: tre paesi che furono oggetto delle aspirazioni coloniali italiane durante il fascismo.

Ancora oggi la regione non trova pace, cosicché estrema povertà e instabilità politica la rendono protagonista di continui conflitti. Dalla caduta della dittatura di Siad Barre nel 1992 ad oggi la Somalia ha vissuto anni di guerra civile, e nonostante abbia dal 2004 un governo di transizione, le nuove istituzioni non hanno ancora il controllo effettivo del territorio e difficilmente riusciranno ad ottenerlo finché questo governo continuerà a sfruttare il sostegno dell’Etiopia, motivo per cui non gode del consenso della popolazione somala. In questa situazione di estrema precarietà nel giugno del 2006 l’Unione delle Corti Islamiche, che trae origine dai tradizionali tribunali religiosi del paese e che può contare sull’appoggio dell’Eritrea, ha conquistato Mogadiscio, per poi esservi scacciata in dicembre dalle truppe governative e etiopiche. Riemergono così anche le vecchie rivalità tra Etiopia ed Eritrea che hanno combattuto dal 1998 al 2000 una guerra di trincea che ha causato 100.000 morti per la futile questione del vecchio confine italiano. Altro motivo di tensione tra i due paesi potrebbe essere la celata aspirazione dell’Etiopia a riconquistare uno sbocco a mare, perso con l’indipendenza dell’Eritrea, il che spingerebbe il governo di Addis Abeba ad estendere il suo controllo sulla debole Somalia.

Oggi l’Etiopia ha interesse a presentarsi come un paese laico che è entrato in Somalia su richiesta di quel governo per combattere le Corti Islamiche, e forte di questa posizione accusa l’Eritrea di essere invece uno stato fondamentalista islamico per il sostegno che garantisce alle Corti, al cui interno vi sarebbero anche terroristi di al-Quaeda. Naturalmente dove c’è “lotta al terrore” e all’estremismo islamico ci sono gli Stati Uniti che di conseguenza appoggiano l’Etiopia e il suo primo ministro, nonostante le sue tendenze dittatoriali e scarsamente rispettose dei diritti umani, ma pur sempre alleato nella guerra globale al terrorismo. Durante il conflitto tra Etiopia e Corti Islamiche gli Stati Uniti hanno bombardato alcuni villaggi del sud della Somalia, con l’obbiettivo di eliminare tre esponenti di al-Qaeda ritenuti responsabili degli attentati alle ambasciate USA in Kenya e Tanzania nel 1998. L’agenzia giornalistica PeaceReporter cita un’inchiesta dell’Associated Press che avrebbe scoperto l’esistenza di carceri segrete in Etiopia, in cui sarebbero detenute centinaia di persone provenienti da paesi diversi e sospettate di essere membri di al-Quaeda, e pertanto messe a disposizione delle autorità statunitensi. La notizia è stata smentita dalle autorità etiopi mentre gli Stati Uniti ammettono di aver interrogato alcuni detenuti senza però aver commesso azioni illegali. Tuttavia in Somalia la pace sarà possibile solo quando la popolazione vedrà che il governo non sarà sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Etiopia sua alleata, il che rappresenta un ulteriore fallimento della politica estera dell’amministrazione Bush nei confronti del mondo islamico, che rende responsabili tutti i musulmani degli atti di una minoranza estremista e violenta, senza invece riuscire a comprendere la necessità di dialogare con l’islam politico.

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