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Intervista a Christian Bergi

30.06.2009 - Irene Roberti Vittory



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Una piccola presentazione: chi è Christian Bergi? Cosa fa e che progetti ha?

Christian Bergi è un semplice ragazzo di ventiquattro anni, come se ne vedono tanti in giro. È estroverso, positivo, sognatore e sempre iper-attivo.  Laureato nella triennale di Scienze della comunicazione e con altri due esami rimasti per la laurea magistrale. Fa l'animatore sia d'inverno nelle feste private e negli eventi, che d'estate nei villaggi turistici, da sei stagioni, arrivando a diventare Responsabile equipe a soli ventidue anni.
Ha vissuto a Barcellona, lavorando in un fast-food, e a Londra, lavapiatti e barista. A settembre andrà a vivere per un po' a Granada, in cerca di ispirazioni per un altro romanzo.

Come è nato il tuo romanzo "sotto lo stesso cielo"? Chi o cosa lo ha ispirato?

Il romanzo è nato durante la mia permanenza a Londra. Sono partito da solo, senza avere né casa né lavoro. In poco tempo mi sono costruito una nuova splendida vita. La lontananza ti aiuta a capire tante cose, almeno per me è stato così, e ho cominciato ad appuntare le mie riflessioni su un pc che avevo comprato a 90 euro pochi giorni prima di partire (alquanto mal ridotto!).
Poi mi è venuta in mente questa storia, così...all'improvviso. Ricordo che ero ad Hampstead Heath...e da lì tutto è venuto da sé. I personaggi, le situazioni, le parole. Ho cominciato a scrivere ovunque, soprattutto nei caffè, in casa e nei parchi. Sono rimasto a Londra fino all'ultima pagina del romanzo.

Qual è il personaggio in cui ti rispecchi maggiormente?

Si dice che un vero scrittore non dovrebbe essere in nessuno dei suoi personaggi. Io invece, non reputandomi ancora un vero scrittore, sono in ognuno di loro, nonostante i protagonisti siano un papà sulla cinquantina (Riccardo) e una ragazza adolescente (Ilaria). Ed è stata proprio questa la mia sfida, il mio stimolo: entrare nella testa di mondi che non mi appartengono affatto.  Come un attore ha la fortuna di indossare svariate maschere e vivere diverse vite, anche lo scrittore può avere questa fortuna, quindi mi sono divertito a parlare con voci non mie, e anche se può sembrare una mossa azzardata per un esordiente, io sono soddisfatto del risultato e soprattutto del percorso interiore che mi ha permesso di intraprendere, questa esperienza.
Comunque se proprio devo scegliere un personaggio, quello con cui mi rispecchio di più è sicuramente Kiko.

Qual è stato e qual è il percorso di pubblicazione e promozione del libro?


Pubblicare un libro è veramente complicato. In Italia si legge poco (pochissimo) e quindi gli editori sono restii ad investire su uno scrittore esordiente. Il libro è ormai un bene di consumo, e come tale deve essere venduto. Lo sconosciuto, naturalmente, è difficile che ottenga risultati soddisfacenti, quindi si dà sempre meno la possibilità ai giovani, magari anche talentuosi ma senza un nome di richiamo popolare.
Io ho girato tanto, bussando porte e inviando manoscritti per posta, poi la ruota è girata nel verso giusto e ho trovato una casa editrice che ha creduto in me. È stata una delle gioie più grandi della mia vita.
La pubblicazione non è l'unico ostacolo però; poi c'è la promozione del romanzo, che è ancora più complicata,  perché devi riuscire a farti largo tra una miriade di libri e scrittori! Oggi Internet è il mezzo più importante per farsi conoscere, soprattutto con i commenti e i passaparola, ma io ritengo fondamentale il contatto con la gente, quindi ogni fine settimana vado nelle grandi catene librarie di Roma per il cosiddetto firma-copie, che non è altro che un'autentica auto-promozione. Ci metto la faccia, perché credo in ciò che ho scritto, lo propongo alle persone, gliene parlo e gli lascio il mio recapito per farmi sapere il giudizio. In questo modo riesco a diffondere ciò di cui vado fiero, ad adempiere al ruolo commerciale del prodotto-libro e a sapere cosa ne pensa il lettore. Ricevere e-mail di chi si è emozionato leggendo le mie parole, è una sensazione indescrivibile. Poi, ovviamente, ogni dieci complimenti capita anche una critica, ma non si può certo piacere a tutti!


Nel libro emerge la centralità del destino. Tu quanto credi nel destino? Pensi che quando "l'uomo non osa", intervenga sempre ad aggiustare le cose?

Sì, credo nel destino, ma non in un progetto superiore, perché ognuno è artefice del proprio futuro.
Credo però che ci sono fatti e incontri che debbano avvenire, e che si abbia giusto un margine di scelta per far sì che avvengano in determinato momento. Vorrei poter credere nella sola forza dell'uomo, ma quando succedono delle cose, non puoi far altro che prendertela con il destino, o con chiunque ci sia lassù.


"Sotto lo stesso cielo": perché questo titolo?

"Sotto lo stesso cielo" perché anche se può sembrare banale e neo-romantico, il cielo è ciò che accomuna tutti gli esseri viventi della terra. Siamo diversi, viviamo vite diverse, ma tutti qui sotto. È come se ci avvolgesse la stessa coperta.
E le storie che avvengono all'interno del romanzo, sono tante e variegate, idem per i personaggi, ma alla fine il cielo è il medesimo, e nessuno può personificarlo.
Questo titolo mi è venuto in mente proprio mentre a Londra pensavo che la notte che stavo osservando io, era la stessa che stavano osservando i miei genitori. Un pensiero stupido e ovvio che mi ha fatto, però, scattare una profonda riflessione.


Qual è il messaggio del libro? E cosa consigli ai ragazzi (ai nostri coetanei insomma)?

Il messaggio del libro è quello di stare attenti a ciò che viviamo e di cogliere le occasioni che capitano, perché prima o poi ci sarà la svolta. Ma soprattutto vorrei spingere le persone a dire ciò che, per imbarazzo, orgoglio, svogliatezza o altro, non si è mai detto, comunque non abbastanza. Un "Grazie", un "Ti voglio bene", un "Scusa", ad esempio. Per non accorgersi poi che è troppo tardi.
Ai miei coetanei invece direi semplicemente di sognare e di provarci; di trovare ciò che li renderebbe davvero felici e seguire quella strada. Dritti, senza mai fermarsi.
Non pensare "a me non può succedere", la parola d'ordine deve essere "buttarsi", e non solo a parole. L'azione, e non le parole o il pensiero, è il solo mezzo per arrivare da qualche parte. Tutto si concretizza se si è davvero concentrati sull'obiettivo.
La vita è solo questa ed è un peccato non provare ad essere felici.
Qualcuno mi ha detto "se non si realizza un sogno, significa che è stato espresso male". Oggi ci credo.


I fatti e i personaggi si muovono tra Roma e Londra. Tu quale delle due città ami di più?

Roma è la mia città natale ed è la più bella del mondo. Ma oggi, a ventiquattro anni, preferirei vivere a Londra. La sento più mia. A parte la bellezza oggettiva, è una città che mi ha travolto, affascinato, stupito, divertito, coinvolto, ammaliato. Londra è viva, giovane, generosa, imprevedibile, pazza. Amo la sua cultura (musica e teatro in primis), la sua riservatezza e la libertà che si respira per le strade. Tutto è permesso, purché si rispettino gli altri e le regole. Il sistema funziona e ci sono maggiori opportunità per i ragazzi.
Senza Londra, non sarebbe sicuramente venuto fuori lo stesso romanzo.


Quanto ha influito e influisce l'esperienza di animatore e di giramondo nel tuo modo di vedere la vita e vivere le relazioni?

Sia l'esperienza da animatore che da "giramondo", mi hanno aiutato, innanzitutto, a conoscere me stesso e a restare solo, che è una capacità che pochi hanno e di cui molti non hanno capito realmente l'importanza.
Poi mi hanno aiutato a relazionarmi con gli altri, con le enormi diversità che esistono al mondo, e ad ascoltarli...le loro storie, le opinioni, i pensieri. La vita di ognuno è un libro indimenticabile e io vorrei leggerne tanti altri per scriverne altrettanti.


"Non esiste giusto e sbagliato; la vita va vissuta in base a ciò che uno vuole. in quel preciso momento. se lo voglio è giusto. punto". secondo te davvero basta volerlo in quel momento per non avere poi dei sensi di colpa magari nei confronti di un'altra persona o di se stessi?

Di questo ne sono assolutamente convinto. Le azioni non vanno ponderate, bisogna agire se lo si desidera nell'istante. Non si devono aver rimpianti. Il pentimento non ha senso, se prima c'è stata la volontà. Naturalmente il grado di istintività è direttamente proporzionale al grado di importanza della questione.

 

 

 

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