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giovedì 06 agosto 2020

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Informazione e "quinto potere": status quo e prospettive future

Incontro all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma con due professionisti dell’informazione televisiva: Mimosa Martini del TG5 e Riccardo Iacona di Rai Tre. Un’occasione per fare il punto della situazione sull’informazione televisiva e un momento di

01.03.2010 - Daniele Maurizi



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La televisione è il mezzo attraverso cui la maggior parte degli italiani si informano. Circa 22 milioni di persone prendono conoscenza di ciò che avviene nel proprio Paese e nel mondo attraverso i telegiornali e i vari programmi di approfondimento (talk show, dibattiti, tribune politiche, ecc.). E' dunque naturale che chi fa informazione attraverso il mezzo televisivo sia investito di molta responsabilità e che ci siano enormi pressioni politiche in merito ai rilievi, ai tagli, fino anche agli "oscuramenti" da dare ad alcune notizie piuttosto che ad altre.

Però: "un'assoluzione è un'assoluzione e una prescrizione è una prescrizione". Così ha esordito Roberto Natale, Presidente FNSI - Federazione Nazionale della Stampa Italiana, intervenuto come moderatore nel primo dei quattro incontri pubblici nell'ambito dell'iniziativa "Scoprire l'informazione". L'appuntamento si è tenuto domenica 28 Febbraio 2010 presso l'Auditorium dell'Ara Pacis e sono intervenuti la giornalista del TG5 Mimosa Martini, che si occupa specificamente di servizi per la redazione "esteri" della testata, e Roberto Iacona, attualmente impegnato nella trasmissione domenicale "Presadiretta" in onda su Rai Tre.

L'affermazione di Natale si inserisce all'interno della polemica nata a seguito dell'informazione "sbagliata" data dal TG1 nell'edizione delle 13:30, quando il front-man Paolo Di Giannantonio parlava di "assoluzione" dell'avvocato inglese David Mills nell'ambito della sentenza di Cassazione nel processo in cui era imputato per "corruzione in atti giudiziari", piuttosto che di "prescrizione" del reato. Il punto fermo, sul quale Natale richiama l'attenzione è quello della necessità del "rispetto della verità sostanziale dei fatti" quando si fa informazione verso il pubblico, specialmente quando i numeri parlano di una popolazione che per la stragrande maggioranza forma le proprie opinioni politiche in base a ciò che sente in televisione.

L'informazione televisiva, per la grande importanza che ricopre nella formazione dell'opinione pubblica degli italiani, è il parafulmine delle tensioni a livello dirigenziale e politico, e proprio per questo risente negativamente delle enormi pressioni e del fuoco incrociato che proviene da più parti. La Martini raccontava di quando, nella sua ultima spedizione ad Haiti, aveva rivolto le telecamere nello stadio in cui erano assiepati gli sfollati del terremoto, divisi da lenzuoli stesi e del trattamento incivile che veniva riservato loro dagli organi di soccorso presenti. Il disagio che aveva subito nel sentirsi attaccata per un servizio di quel genere è stato molto forte. Lo stesso Iacona lamenta il peso delle forti pressioni che l'informazione televisiva sta subendo. E la lotta che si deve fare, specialmente dall'interno, è quella volta ad ottenere un giornalismo più corretto, libero da poteri, all'interno di una dialettica che è il sale stesso della democrazia. "Oggi, invece, il conflitto è tutt'altro che dialettico: non mira a evidenziare contrasti di opinioni fondati su dati di fatto, ma è una lotta all'ultimo sangue per la cancellazione dell'altro".

Il tema scottante di questo momento storico è quello dell'uso delle intercettazioni per fare informazione. C'è da dire che le intercettazioni telefoniche e ambientali utilizzate dalla stampa non sono ottenute illegalmente, ma sono pubbliche e fanno riferimento a quel complesso di informazioni che vengono date alle "parti" per renderne edotte e che sono, da quel momento, "pubbliche". Quando la stampa le rende note non fa altro che il suo dovere. Ovviamente bisogna distinguere la rilevanza penale o strettamente personale di tali intercettazioni, ma la risoluzione di questo problema, che sicuramente esiste, non può passare per una riduzione o una eliminazione delle stesse, spuntando così le armi alla magistratura. D'altronde, come dice la Martini, "se non ci fossero state fino ad ora le intercettazioni, molte questioni sarebbero ancora nascoste" e forse, proprio per garantire l'informazione agli spettatori, bisognerebbe difenderne l'uso, "...cosa che è stata fatta, forse poco, dai giornalisti", sostiene Iacona.

Il mea culpa prosegue quando viene affrontato il tema dell'attribuzione di competenza dell'informazione. Se è vero che questa dovrebbe essere fatta dai giornalisti, l'anomalia italiana è ancora più evidente quando si osserva l'"occupazione totale della politica nell'informazione stessa". Pur esistendo una "ricerca della verità", in Italia viene fatta dire dai politici, che diventano quasi l'unica voce in capitolo e che, per definizione, non può essere imparziale, ma a favore di questa o quella fazione politica. La stessa agenda delle notizie viene decisa da loro, insieme a chi deve fare informazione e a chi si deve presentare per rispondere alle pur poche domande. Non è una casualità che nei talk show siano presenti sempre i soliti venti volti noti, mentre i parlamentari sono quasi mille. Potrebbe aiutare la presenza di una certa concorrenza. "In un sistema informativo concorrenziale, un giornalista come Mentana non starebbe sicuramente in panchina", sostiene la Martini.

Uno spazio è stato riservato anche all'introduzione del "digitale terrestre". La moltiplicazione dei canali e, dunque, degli spazi di trasmissione, ha finora messo in luce un importante limite che già era presente con la televisione in analogico: l'enorme costo monetario che comporta "fare televisione". Se è costoso produrre e mandare in onda un qualsiasi contenuto è chiaro che solo in pochi se lo possono permettere e questi "pochi" si trovano ad avere molto potere. È proprio in questo che risiede l'enorme problema del conflitto di interessi in Italia. Il presidente del Consiglio che possiede reti televisive, ricchezze di ogni genere, potere politico, è di fatto in grado di influenzare molta dell'informazione offerta agli Italiani, allontanando molto l'indipendenza della stessa dall'essere effettivamente realizzata. Dunque, se è vero che le nuove tecnologie possono aiutare a creare un "mercato dell'informazione", è vero anche che questo incontra delle difficoltà oggettive e spesso c'è timore a "sfondare gli argini".

In merito a questo, di fronte a chi propone l'abolizione dell'ordine dei giornalisti, Natale risponde che questa potrebbe essere una buona proposta, ma dovrebbe essere accompagnata da un insieme di provvedimenti miranti al mantenimento di alcune garanzie che, per chi fa il giornalista, sono necessarie per svolgere in maniera idonea il proprio mestiere, a tutela anche degli spettatori che hanno l'interesse ad avere degli informatori competenti e il più possibile imparziali.

 

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