Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


sabato 26 settembre 2020

  • MP News
  • Cultura

Quello strumento “mite” d’informazione che è la radio

La radio ha attraversato tutti i momenti evolutivi della storia e dell’informazione moderna. Nonostante i cambiamenti tecnologici e di “costume” riesce a mantenere il suo ruolo puro

08.03.2010 - Daniele Maurizi



LIBRI - Rapporto sui diritti globali. Dopo la crisi, la crisi

Il rapporto 2014 è curato dalla Associazione Società Informazione e promosso dalla CGIL
Leggi l'articolo

LIBRI - "Nel corpo del mondo - La mia malattia e il dolore delle donne che ho incontrato"

Dopo i Monologhi della vagina, Eve Eisler racconta il Tumore e i suoi Sogni
Leggi l'articolo

APPUNTAMENTI - Al Festival di Urbano la star è Bach

Rese leggenda da Gleen Gould negli anni '50, le Variazioni Goldberg vengono riproposte nella loro versione originale...
Leggi l'articolo

 

Scoprire l’informazione. Forse, proprio partendo da questo slogan possiamo provare a vedere se dell’informazione c’è ancora qualcosa di coperto. Questo è un momento in cui bisogna tornare a domandarci se quello che sappiamo sul giornalismo e, più in generale, sull’informazione è adeguato rispetto alle trasformazioni che si sono registrate in questi due settori.

Così ha esordito Mario Morcellini, preside della facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, intervenuto nella figura di moderatore nel secondo dei quattro incontri pubblici nell'ambito dell'iniziativa "Scoprire l'informazione". L'appuntamento si è tenuto domenica 7 Marzo 2010 presso l'Auditorium dell'Ara Pacis a Roma e sono intervenuti come relatori Roberta Gisotti - giornalista professionista, docente universitaria di “Economia dei media”, caporedattore alla Radio Vaticana - e Marino Sinibaldi -  giornalista, conduttore radiofonico, nonché direttore di Radio 3.

È difficile pensare che ciò che si conosce del bene “informazione” e, più esattamente, del tipo di bisogni che essa soddisfa, sia chiaro. Esiste un problema di “riposizionamento” di questo bene, che può essere efficacemente compiuto solo in relazione ai risultati dell’evoluzione che si è verificata nell’ultimo ventennio con la diffusione massiccia della “rete”. In realtà il cambiamento “drammatico” è cominciato già prima, con il successo che l’informazione ha avuto quando si è “mischiata” con la televisione, che ha rotto per la prima volta, in modo sconvolgente, i confini del pubblico dell’informazione. Il telegiornale, ma più in generale l’”attualità televisiva”, sono stati i primi punti di svolta di questa riflessione. La “rete” ci mette anch’essa del suo, per esempio liquidando il bisogno e la figura stessa della “mediazione” professionale delle redazioni e, dunque, incrinando la forza, la visibilità e la funzione stessa del “giornalista”, che nel Novecento è stata una figura rilevante nell’immaginario collettivo e nella “mediazione della modernità”. Che lo sia ancora oggi, a parte le dispute politiche, è tutto da vedere.

Nel complesso, la proposta che viene avanzata è quella di riflettere su quanto il giornalismo ce la fa ad essere un presidio del soggetto moderno, un aiuto nei momenti di cambiamento e di crisi. Secondo Morcellini: “…il giornalismo è molto affaticato e nel suo complesso non è in grado di reggere due opposte tensioni in tempi di crisi, tra l’altro, del pubblico: le trasformazioni continue dei sistemi dell’offerta e l’assenza di mediazioni dell’informazione offerta dalla rete da una parte e, dall’altra, il fatto che i soggetti tendono a “far da soli” nel momento in cui intendono approvvigionarsi di informazione, cioè tendono a non fidarsi più delle mediazioni storiche nella lettura del mondo.

La “radio” ci aiuta a fare alcune riflessioni a questo proposito. Il modo in cui questo “medium” struttura l’offerta di informazione, così come l’atteggiamento del pubblico, è del tutto peculiare, perchè “media” le trasformazioni tecnologiche “senza infierire sulla mediazione”.

La radio, nel corso del tempo, è sempre rimasta fedele alla sua vocazione, pur avendo cambiato molte delle sue caratteristiche. Sinibaldi, infatti, raccontava dell’evoluzione della radio e di come un tempo questa era concepita in senso “familiare”. “Era un mobile che costituiva il centro della vita domestica”.  La radio riesce a sopravvivere e, forse, a trovare nuova linfa proprio dal fatto che ha saputo “alleggerirsi” e ad “infilarsi negli spazi discontinui della gente”. Ognuno, infatti, ha la sua radio e ascolta i palinsesti più diversi, a seconda delle proprie specificità.

L’ultimo elemento teorico riguarda proprio la scoperta che l’allargamento del bene “comunicazione nella società”, cioè quella rottura dei vincoli di classe, di ceto, di capitale culturale nell’approccio ai beni comunicativi, che si è trasformato in un aumento del numero dei soggetti che si affacciano alla vetrina dell’informazione e prende “beni” (Rifkin lo definisce “accesso”) non è diventato, nel tempo, un sinonimo di “partecipazione”. Cioè, “allargare la cittadinanza sociale della comunicazione non ha reso la società più competente e partecipante”. Il grande suffragio universale, di cui la comunicazione si è resa protagonista, non è stato in assoluto l’occasione di una rigenerazione di valori, di partecipazione, di soggettività sociale. Spesso, “…l’alluvione comunicativa sembra presentarsi come eccedenza, spreco, fuga dall’immaginario, esasperazione di una soluzione virtuale di problemi che invece hanno un peso e un dolore anche nella vita reale”.

L’informazione in radio, invece, colpisce per il suo aspetto mite rispetto alle esasperazioni delle immagini. La sensazione è quella che i giornali e, in generale, i mezzi di comunicazione che si servono di immagini descrivano il nostro Paese come se vivesse un incubo peggiore rispetto a quello che è nella realtà.  L’assoluto predominio dell’asprezza delle immagini e della cronaca nera ne sono un esempio. Il nostro Paese si trova a vivere facendo i conti non solo con la durezza della modernità ma anche con la paura che ci è stata “regalata” dai media. Gli studi sulle emergenze dicono che il bisogno di informazione c’è quando sale la paura. Questo è uno dei piccoli elementi per cui “il racconto del male” ha così fortuna nei nostri giornali: si crede che sia un modo per impedire la catastrofe di pubblico e di pubblicità, già presente nei numeri. Ma l’informazione non deve servire a questo, così come a moltiplicare gli attriti, ma ad offrire argomento di “scambio” tra le persone.

A questo proposito, la Gisotti fa notare proprio come anche in radio, seppure in misura minore rispetto alla televisione o ai giornali, si verifichi un appiattimento su un’agenda mediatica, cavalcando l’emotività del pubblico, con poca attenzione alla qualità in favore della quantità. Il tempo che viene concesso alla diffusione di una notizia, infatti, è sempre minore e a volte non si arriva neanche al cuore delle notizie. I “flash” delle radio d’Italia,  spesso hanno pure la musica di sottofondo. Questo schema è studiato apposta per evitare che l’ascoltatore pensi o si faccia delle domande, ma sia solo un “contenitore di notizie a perdere”, perché l’importante è catturare la sua attenzione a fini pubblicitari. Questo è il grosso nodo. La responsabilità, forse, è del fatto che questo bene “informazione”, che oggi è in massima parte e lo sarà sempre di più, veicolata attraverso la “rete”, oggi è in mano a pochi gruppi di monopoli.

Le due dimensioni più positive del nuovo giornalismo sono: la ricchezza estetica (la rappresentazione delle informazioni) e il ritmo. L’estetica dell’informazione ha assunto un ruolo di rilievo nella sua presentazione al pubblico. In passato i messaggi erano abbastanza rudimentali ed anche un po’ scadenti per tempestività. Oggi, invece, ciascuno di noi è continuamente connesso. “Se siamo sempre connessi, dice Morcellini, significa che i limiti fisici della nostra soggettività, cioè non partecipare col nostro corpo con gli eventi, ma con la retina della nostra anima, significa avere una “realtà potenziata” (De Kerchove). Cioè siamo di fronte alla possibilità di “moltiplicare gli atti” (McLuhan). Per quanto riguarda il ritmo, c’è una forte rottura del “classicismo” dell’offerta di informazione del passato. Mentre prima il telegiornale era una messa cantata delle notizie, ora, tranne in alcuni casi in cui l’alleggerimento è stato fatto solo per biechi motivi di non raccontare il conflitto politico e la crisi che ci sono, si ha un TG di massa che ci racconta di fatti molto “leggeri” piuttosto che della gente che non arriva alla fine del mese. Che sia cambiato molto il ritmo dell’info è difficile negarlo.

Tuttavia, la radio e la “rete” rimangono le piattaforme in cui vengono compiuti gli esperimenti più interessanti. minore esposizione del male, maggiore capacità di far compagnia alle persone e di renderle in condizioni di ragionare. L’informazione, infatti, deve sicuramente raccontarci i fatti, ma anche darci una mano ad interpretarli. Troppo spesso il giornalismo italiano si ferma al primo passaggio.

Una cultura e una democrazia moderna devono reagire all’eccesso di pressione che la comunicazione può dare.” La società civile deve recuperare il suo dinamismo e il suo spirito critico, si devono dare i giusti incentivi alla ricerca, bisogna parlare in pubblico e stare meno seduti in poltrona.

 

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.