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HOW WE ARE: PHOTOGRAPHING BRITAIN

06.08.2007 - Giuliana Caprioglio



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How We Are, Photografing Britain è il titolo della mostra fotografica allestita alla Tate Britain di Londra dal 22 maggio al 2 settembre 2007, che ripercorre oltre un secolo e mezzo (dal 1840 al 2007) di storia della società inglese vista attraverso l’obiettivo dei fotografi britannici.
A partire dal momento dell’invenzione di questo “strumento”, i fotografi (tra cui tantissime donne) che lavoravano in Gran Bretagna hanno costantemente registrato e celebrato i cambiamenti dei costumi e dell’identità britannica, catturando il meglio e il peggio della realtà in cui vivevano.
Questa vasta serie di scatti –dagli album di famiglia ai ritratti in studio, dalle foto da cartolina a quelle “impegnate”- compone un’intrigante narrazione della vita nella nazione.
Obiettivo della mostra è dimostrare la natura ciclica della fotografia britannica: ovvero come gli innovatori dell’era digitale non siano così distanti dai precursori del diciannovesimo secolo.
Documentata dal fotogiornalismo, dalla ritrattistica, dalla fotografia di moda e paesaggistica, la Gran Bretagna si rivela come un paese al tempo stesso contraddittorio ed affascinante.

Già nei primi decenni dalla sua scoperta, la fotografia offrì il mezzo per soddisfare ed esprimere la curiosità dei suoi “tecnici”, molti dei quali documentarono scrupolosamente la vita delle campagne, le tradizioni e le feste popolari. A riguardo, molto bella è la foto di B. Stone del 1899 che ritrae alcuni danzatori poco dopo la loro esibizione nella “Danza del Corno” nel villaggio di Abbots Bromley, dove ancora oggi si può assistere a questo spettacolo.
Non va poi dimenticato il contributo dato dai fotografi che documetarono le due guerre mondiali, in patria e all’estero. In particolare la fotografia del tempo segue attentamente e registra il cambiamento del ruolo della donna nella società: si va così dai ritratti delle donne rinchiuse nei manicomi (spesso per motivi di trasgressione delle regole sociali e non per la loro follia), fatti di sguardi ed espressioni che rimandano a personalità seducenti e al tempo stesso inquietanti, alle fotografie delle manifestazioni delle suffragette e alle schedature fotografiche, fatte per la polizia, delle attiviste più “pericolose”, fino a quelle che ritraggono il lavoro delle infermiere e dei reparti speciali femminili durante la guerra; così come delle operaie nelle fabbriche abbandonate dagli uomini partiti per il fronte. Bellissima foto è quella di Percy Hennell (tratta dalla raccolta British Women go to war, del 1943), che ha per protagoniste tre donne che caricano un ferito su un aereo della Croce Rossa.
Ma il vero boom della fotografia si ha nel secondo dopo guerra, quando nascono numerose riviste come Vogue, The Sunday Times e Observer che necessitano di un costante flusso di immagini da pubblicare. La società britannica, ripresasi dalla guerra e lasciatasi alle spalle i ricordi delle passate sofferenze, permette che il nuovo spirito del tempo sia catturato dalla fotografia di moda. Nello stesso periodo, accanto alle foto delle celebrità del cinema e dello spettacolo, ci sono anche gli ingenui e spesso ironici ritratti, fatti in studi fotografici, della gente comune, quasi sempre immigrati, che si fanno ritrarre con la famiglia o con i simboli della loro attività commerciale che ha dato loro un discreto benessere economico, esibito con fierezza.

Tra gli anni ’70 e ’90 la fotografia britannica cambia ancora, questa volta radicalmente, e diviene più politicamente consapevole e socialmente impegnata. Molti fotografi decidono ora di lavorare fuori dai tradizionali ambiti della ritrattistica, della moda e del fotogiornalismo, e indagano invece le conseguenze dell’economia sulla società e le sue sovrastrutture. Compaiono le tematiche della Gran Bretagna degli anni ’80, durante il governo conservatore di Margaret Thatcher, fase storica ampiamente stigmatizzata dal cinema inglese. Anni difficili che hanno lasciato segni profondi nella società britannica, e per tanto non sono sfuggiti all’obiettivo indagatore della fotografia.
Le ultime sale, che ripercorrono gli anni dal 1990 al 2007, sono intitolate Reflections on a Strange Country: anni in cui sempre più spesso gli aspiranti fotografi escono da accademie e istituti, dove la fotografia è una disciplina artistica che si studia; ciò significa che i fotografi possono lavorare al di fuori della sfera strettamente commerciale. Il mondo dell’arte incontra finalmente la fotografia. I fotografi contemporanei hanno viaggiato attraverso questo “strano” paese osservandolo, raccogliendo e traendo “storie” dai fatti, e fatti dalle “storie”. L’ultima sala espone tre giganteschi ritratti di un giovane marine, ripreso in tre momenti diversi di pausa dopo l’addestramento, prima di partire per la missione in Iraq. Gli scatti del fotografo Alistair Thain catturano le espressioni facciali del soldato che esprimono tensione, nervosismo e paura, e che divengono rappresentative dei sentimenti dell’intera società britannica odierna.
Il messaggio della mostra è che «la fotografia ha aperto una finestra sul mondo attraverso cui possiamo scorgere qualcosa di come eravamo e trovare indizi su come siamo».

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