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Basilea

09.06.2007 - Dario Pasquini



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Basilea è una città svizzera dall’anima eretica: nel 1437 il concilio qui convocato sconfessò papa Eugenio IV ed elesse l’antipapa Felice V di Savoia. Circa un secolo dopo Erasmo da Rotterdam fra le sue mura si ritrovò al riparo dalle accuse di eresia. Nel 1897 si tenne in città il primo congresso sionista. Posta su una punta settentrionale della Svizzera incuneata fra Francia e Germania, la città è anche un luogo d’incontro fra culture. Tutto questo, intendiamoci, non toglie al posto un’aria fondamentalmente noiosa. Però forse ha spiritualmente contribuito a renderlo un rifugio sicuro per l’arte, contemporanea e non. La Fondazione Beyeler ad esempio è uno dei gioielli della museografia dei nostri tempi: costruita da Renzo Piano dieci anni fa, ospita mostre temporanee e una raccolta permanente di grandissimo pregio. Il Kunstmuseum, un edificio cubico anni ‘40 che sembra il municipio di Gotham City, ha al suo interno una meravigliosa collezione di pittura che comprende una serie impressionante di quadri di Boecklin, che nacque a Basilea nel 1827.

Proprio in questo museo, che ospita in questi giorni la più completa monografica dedicata in Europa a Jasper Johns, mi ha colpito il messaggio di un’installazione luminosa di Bruce Nauman: “The true artist helps the world by revealing mystic trues”. Ironica o meno che sia, questa massima pone il problema del rapporto fra arte e verità. In un’epoca dove risultano per fortuna in via d’estinzione i tentativi di fornire visioni del mondo totalitarie, l’artista è forse il più libero fra gli uomini. Senza vincoli di soggetto, spazio e materiale, crea le sue verità (o bugie) soggettive e le propone al pubblico spesso attraverso un procedimento quasi mistico, cioè senza fornire alcuna chiave interpretativa.
In realtà ho schematizzato un po’. L’artista, soprattutto quello di successo, non è propriamente solo. Attorno a lui gira un universo fatto di diverse galassie: galleristi, critici, collezionisti, funzionari di musei che condizionano il suo lavoro, talvolta pesantemente. Ecco: più che quello degli artisti, a Basilea ogni anno si celebra il trionfo di questo universo parallelo.
Art Basel, oggi alla sua trentottesima edizione, è la fiera di arte contemporanea più importante al mondo. Trecento fra i più influenti galleristi di trenta diversi paesi sono riuniti per una settimana in un enorme complesso nella parte più moderna della città svizzera capoluogo dell’omonimo cantone.
Il più autorevole quotidiano tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha scritto nel suo inserto culturale che la Fiera di Basilea quest’anno può fare per l’arte contemporanea meglio della Biennale di Venezia. In realtà la natura soprattutto commerciale dell’evento svizzero non può non farlo sfigurare di fronte alla nobile, anche se super-istituzionalizzata, esposizione veneziana il cui fine è formalmente ancora “l’arte per l’arte”.


Non bisogna però fare troppo gli schizzinosi: i soldi hanno la loro importanza anche nell’arte (pensiamo ai film, che sono costosissimi). Quindi è giusto riconoscere il contributo rilevante che Art Basel fornisce alla formazione del gusto artistico dei nostri tempi. Molti artisti hanno presentato opere concepite appositamente per la fiera: un capannone è adibito a una sezione collaterale, Art Unlimited, dove sono allestiti lavori in grande formato destinati a musei o grandi collezioni.


Ad accogliere i visitatori è stata messa una vecchia Bmw piena d’acqua fino all’orlo dell’abitacolo. L’opera, del 2006, non è completa senza il suo creatore, l’inglese William Hunt: è proprio lui a sorprendere il pubblico del vernissage attraverso una performance che lo vede, in muta da sub, immerso al posto di guida mentre canta un’inudibile melodia da lui stesso composta. Gli altri lavori disseminati lungo il percorso non sono necessariamente degli ultimi anni, e questo contribuisce a sottrarre un solido criterio di fondo all’esposizione: la componente commerciale insomma riaffiora. C’è per esempio una grande installazione del 1970 di Alexander Calder. Al 1979 risale invece un lavoro di Daniel Buren da lui realizzato in situ per una precedente edizione della fiera: consiste in un effetto visivo di scale mobili in movimento che hanno alcuni gradini colorati. Più recente (1995) un’opera di David Hammons, che gioca sulla giustapposizione surreale di oggetti molto differenti. Ad un vecchio tronco d’albero è attaccato un cesto da basket; accanto c’è un’urna africana in cui è stata infilato un pallone; il muro bianco è offuscato dalle impronte di un pallone coperto di “sporco” raccolto fra le strade di Harlem. Il riferimento è ovviamente al legame fra neri d’America e il continente in cui i loro progenitori vennero tratti in schiavitù.
Fra i lavori degli ultimi anni, molto poetica è l’installazione di Carlos Garaicoa che si intitola “Di come la terra si vuole unire al cielo”: su un’enorme superficie in metallo sono state incise sovrapposte la pianta di un territorio e le costellazioni che lo sovrastano. Una visione decisamente meno apocalittica rispetto a quella di uno dei lavori più noti dell’artista cubano, “Let’s play to disappear”, in cui una città modellata nella cera veniva fatta squagliare lentamente.


Sempre al tema della ricomposizione si può ricondurre un’altra opera, “Fragments”, dell’artista cinese Ai Weiwei. Da lontano sembra un grosso ragno ma è in realtà una casa simbolica: una sorta di gazebo costituito da elementi di templi distrutti di epoca Qing (1644-1911) copre due sedie e un tavolo. Vista dall’alto l’opera richiama la forma geografica della Cina.
Il giorno dell’inaugurazione della fiera vera e propria il padiglione è letteralmente preso d’assalto da diverse migliaia di persone, tutte con invito. Volendo essere maligni, si potrebbe dire che i galleristi, obbligati normalmente a passare giorni sepolti in una solitudine rotta dalle brevi incursioni degli avventori, cerchino così di supplire al loro horror vacui.
Nell’ampio cortile circolare il Moët & Chandon scorre a fiumi, nonostante il prezzo non sia propriamente stracciato. I più proletari si accontentano di mettersi in fila per un bratwurst. A un certo punto spunta fuori un direttore d’orchestra che da un podio alto una decina di metri inizia a dirigere un’orchestrina che suona dalla loggia del piano superiore. C’è molta gente che parla d’affari, altri discutono all’ingresso per avere il passi. Tra questi una coppia in un travestimento super-trash che distribuisce volantini sulla propria attività artistica. Per il resto non si può dire che il clima sia molto anticonformista: gli anziani danarosi sono in maggioranza.


Per visitare con attenzione la selva di gallerie distribuita sui due piani del complesso servono alcune ore. Alcuni nomi sono davvero storici: i newyorkesi Wildenstein e Acquavella evocano grandi mercanti d’arte antica. Per quanto riguarda l’Italia spicca la veronese Galleria dello Scudo, che ha fatto un pezzo della nostra arte contemporanea: in mostra, fra l’altro, presenta tre bei dipinti di Gianni Dessì che ricordano quelli della sua recente monografica al Macro di Roma.
Si può persino tentare una classifica degli artisti più di moda: Warhol, Basquiat e Dubuffet sono presenti in diversi allestimenti. La galleria Nahmad di Londra ha esposto esclusivamente quadri di Picasso: sono una ventina (ma occhio alla data, sono tutti anni Sessanta). Nello spazio di una galleria di San Francisco una signora radical chic chiede il prezzo di un’opera molto bella fatta di nastri da cassetta (Rosaria Castrillo): 25000 $, non poi così tanto se si tiene conto dei record raggiunti dall’arte contemporanea. Tra i lavori degli ultimi anni mi hanno colpito quelli di Nicola Bolla (“Vanitas”, due stampelle rivestite di vetri luccicanti) e “Back of Danny” di Ewan Penny, un busto di uomo riprodotto in silicone, visto di spalle, che impressiona tutti i visitatori per la sua verosimiglianza. Di Remo Salvadori è una bella opera fatta di piastrelle di piombo. Ma ci sono anche opere più politiche, come “Terrorist-Touristin” di Martin Kippenberger (1997). La didascalia spiega che delle due foto affiancate, una rappresenta un terrorista e l’altra una turista: all’apparenza non c’è differenza, sono entrambi imbacuccati.
Quando la fiera sta chiudendo i commessi ti invitano molto gentilmente ad uscire: lo spettacolo è finito, a meno che non si posseggano alcuni milioni per farlo continuare in casa propria.


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