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09.06.2007 - Dario Pasquini



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L’arte e il cinema. Un rapporto quantomai fertile. Da una parte registi con uno stile molto pittorico come Kubrick, Lynch, o il nostro Olmi (ne “Il Mestiere delle Armi” si riescono addirittura a identificare i quadri rinascimentali da cui le inquadrature sono tratte) o che raccontano l’arte, vedi i film dedicati a grandi artisti come Caravaggio, Goya o Basquiat. Dall’altra artisti che usano il video, che si nutrono del mito del cinema (Andy Warhol) o che decidono di indagarlo ribaltandone i meccanismi.

E’ il caso di Tobias Rehberger, che espone alla Fondazione Prada di Milano una sua gigantesca installazione frutto della riflessione su un mondo che, a quanto ha dichiarato, lo ha da sempre affascinato. L’artista tedesco ha voluto progettare un film partendo dalla creazione del suo manifesto, cioè dalla fine. Percorrendo poi a ritroso tutte le fasi della realizzazione cinematografica e coinvolgendo veri professionisti a prestare la loro opera. E’ un itinerario mentale ma anche fisico, dato che a ogni fase è dedicato uno spazio, uno dietro l’altro, il tutto distribuito in quattro padiglioni. Coinvolti nell’impresa ritroviamo fra gli altri Ennio Morricone che ha composto appositamente una melodia, gli attori Kim Basinger, Danny de Vito e Willem Dafoe e una sceneggiatrice che ha scritto un intero copione di cento pagine.


Ma ci sono almeno due punti deboli: intanto il percorso invertito crea ibridi inusuali e divertenti quando impone che sia la musica a ispirare le immagini, ma finisce poi per attribuire un’importanza fondamentale a ruoli tecnici come quello del titolista o quello del disegnatore dello storyboard (un esecutore delle indicazioni del regista). Il secondo difetto, almeno per quanto mi riguarda, è che il film alla fine non esiste: Rehberger ha rinunciato a girare effettivamente una pellicola (il che può anche non stupire, dato il suo costo finanziario).
L’impressione è insomma quella di un lavoro molto cerebrale e a tratti geniale: ad esempio quando gli attori sono ripresi mentre guardano un film e sembra che guardino lo spettatore, anche se l’inquadratura non è abbastanza studiata per creare quest’effetto (qui un vero regista serviva davvero). Ma anche di un lavoro che mostra in fin dei conti scarso amore e attenzione per il cinema oggetto della sua riflessione.

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