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martedì 26 maggio 2020

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Il Misantropo al Teatro Argentina

MASSIMO POPOLIZIO INAUGURA LA STAGIONE DELL’ARGENTINA CON IL MISANTROPO

26.10.2010 - Laura Khasiev



TEATRO - 'Soprattutto l'anguria'

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TEATRO - "The Coast of Utopia" al Teatro Argentina

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Una convenzionale scenografia fa da culla agli eventi che ruotano attorno alla storia di Alceste, fervido moralista che per la sua ostinazione ad un ideale di integrità irraggiungibile per l'essere umano si ritrova sconfitto e solo. Amante di Célimène, una donna un po' civetta, che neanche per amore intende rinunciare ai suoi leggeri flirt... Popolizio ha saputo incarnare i panni del rude uomo, con lo sguardo intriso di tutta la tragicità che si può racchiudere nel protagonista così come immaginato dal suo celebre autore. Di fronte a questa rappresentazione lo spettatore non può non ammirare il livello attoriale raggiunto da colui che dopo la formazione accademica ha incontrato la scuola di Ronconi, fondamentale per far sedimentare capacità interpretative che solo in pochi riescono a ricreare sul palco, ma soprattutto ad acquisire quell'esperienza che riesce a fondere la bravura personale con un metodo acquisito attraverso uno studio accurato e paziente. Però c'è da dire che una scena che ci parla di un grande attore, mostrandoci la sua evoluzione e le sue capacità trasformative, è forse superata nella nostra contemporaneità, laddove la "sete" di teatro si focalizza più sul voler soddisfare curiosità sulle nuove modalità di rappresentazione e non più sulle capacità di attori o di registi. Stiamo attraversando un momento storico che sta mettendo il mondo del teatro a dura prova, da una parte questo porta una grande crisi, dall'altra però fa sì che si crei un terreno fertile dove nascono idee, innovazioni e opere che si portano dentro proprio gli "sfaceli" di questa epoca, riuscendo così a far progredire il teatro e a fargli svolgere la sua "funzione sociale"; molte le compagnie di giovani che sono orientate a lasciarsi alle spalle la canonicità scenica, che sin troppo è stata portata sui palchi, dalla quale non abbiamo più nulla da prendere, se non la conoscenza di opere classiche attraverso un modo "classico" di rappresentazione. Dunque Massimo Castri, il regista, che si può di certo annoverare fra i grandi del teatro italiano, che fino al suo ultimo lavoro sulla Trilogia della villeggiatura ha mostrato di meritare una posizione di rilievo nel teatro italiano, ha suscitato qualche dubbio con questa messa in scena. Ne vien fuori lo strano e paradossale parallelismo tra il personaggio che rimane isolato nella vicenda per le sue idee controcorrente e l'attore, che diviene "il solo", unico, in una resa così imponente sulla scena, tanto da oscurare gli altri interpreti, che seppur meritevoli, non sono stati all'altezza dell'interpretazione di Popolizio. Non è di certo il confronto tra attori che interessa il pubblico, ma questo spettacolo sembra aver poco altro da dire, quindi l'attenzione si pone inevitabilmente sulle capacità degli interpreti in scena e sulla storia, che ancora oggi riesce a comunicare la sua essenza e il suo insegnamento e cioè che portare avanti le proprie idee senza considerare chi si ha intorno, non ascoltare le esigenze della donna amata, non tollerare i difetti, che sono propri di ogni individuo, porta inesorabilmente alla solitudine. Sicuramente questa pièce si fa emblema di quella "stanchezza" che pervade l'animo di coloro che hanno combattuto già molte battaglie e che si trovano a ricevere l'ennesimo colpo, facendo da scudo al mondo teatrale, che sta attraversando uno dei periodi più difficili e duri degli ultimi anni, al quale si può far fronte solo con un forte vigore e con iniziative che partono dalla scelta di rompere definitivamente con tutto ciò che è stato e con una tradizione (quella del grande attore), che ormai non ha più motivo di prolungare la sua attività. Per questo, come pubblico, prendiamo ciò che ci offre, la conoscenza per chi non ne abbia già, o l'approfondimento del celebre Molière e la riflessioni sui contenuti universali della sua opera, oltre a notare l'evoluzione di Popolizio, che solo la stagione passata ammiravamo nel Cyrano di Daniele Abbado, in un'impeccabile interpretazione, da cui ha saputo distaccarsi, come ogni vero artista sa fare con le sue creazioni, per assumere pienamente i panni del Misantropo.

 

 


Il Misantropo al Teatro Argentina



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