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GRIMMLESS: LE FIABE SENZA AUTORE PRENDONO VITA AL TEATRO INDIA

08.04.2011 - Laura Khasiev



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Le favole dei fratelli Grimm subiscono una vivisezione, rivissute a teatro, prendono vita, in questo caso però senza il loro autore, ma attraverso dei protagonisti che, nel raccontare la loro vera storia divorano la favola nella quale sono stati inseriti. Cinque i personaggi senza autore per GRIMMLESS, stavolta nessuna ricerca da parte loro, ma anzi una fuga, diretta dal marchio ormai celebre nel teatro di sperimentazione Ricci/Forte, dietro al quale il lavoro dei due registi indivisibili, Stefano e Gianni si collauda con quello degli attori, sempre fedeli ad una modalità espressiva che ormai è codificata in un genere unico e riconoscibile. Lampadari di cristallo, la casa da sogno di Barbie, i trolley colorati, non manca nulla per un'atmosfera da favola, se non fosse per la plastica che copre i lampadari e quel fumo, che evoca una dimensione onirica, ma da incubo più che da sogno. Intersezione di atmosfere, così come di contenuti e sottofondi musicali, che passano dal classico al pop alle melodie strappate alle fiabe della Disney, differenti contenuti si intrecciano come quei cespugli di cui i personaggi parlano in maniera così suggestiva, tanto da ricrearne un'immagine con le sole parole evocative. Passano così in rassegna le favole dei fratelli Grimm, ma tutte seguono un preciso tracciato, quello di un "progetto" che non ha nulla a che vedere con l'intrattenimento pre-nanna di un bambino, ma ha piuttosto a che fare con la società di oggi, tanto che i registi stessi azzardano a definirlo "politico", esso poggia le sue fondamenta sulla fantasia e si fa nuovo codice per analizzare la realtà. Ogni fiaba diviene una carneficina del suo protagonista, attraverso la destrutturazione narratologica si affilano le armi del racconto e triturano i personaggi sino a farli scomparire. Di Cenerentola nessuna traccia, se non qualche nota musicale, strascico della sua romantica avventura, qui svanita in un fumo fatto di nebbia e musica pop, luci affrante da acrobazie corporee, che hanno allontanato l'immagine del castello, ricreando invece quella di uno spazio infernale di cui Lucignolo sarebbe il perfetto sovrano. Hansel e Gretel si tolgono di dosso l'innocenza che gli fu cucita dal loro primo autore per ribellarsi alla vacuità del presente e sputano fuori il loro senso di inadeguatezza attraverso il pianto di ogni loro gesto sulla scena, un pianto senza lacrime ma fatto di urla infagottate da parole, confezionate apposta per l'occasione. Biancaneve, trascinata in scena già morta, poggiata su un letto di mele, i frutti che le tolsero la vita per regalargliene una migliore, qui però non vi è un principe salvatore, incombe la violenza di una vita in solitudine, che ha colpito persino colei che è la più bella del reame. Ribaltate le classificazioni di bene e male, come hanno detto gli stessi autori della piéce, " l'emorragia di archetipi" qui fluisce, ma ne viene rotto il suo corso, interrotto e contaminato da proteste nei confronti di ciò che non va, quindi la fiaba diventa un puro strumento, non usata, ma abusata, per parlare di sé stessi e di un mondo che va a rotoli, fatto di gente che cresciuta  preparato con le favole e tanti buoni propositi, scivolati nell'inadeguatezza totale nei confronti dell'esistenza che non si finisce mai di conoscere.

La continuità degli argomenti, ritrovati nei precedenti spettacoli dei due registi trova qui il suo ampliamento, stavolta non c'è solo qualcosa di più che viene detto, ma c'è una nuova modalità, che si fa forte come il contenuto stesso con cui si intreccia. Infatti è attraverso la suddetta destrutturazione narratologica che si arriva alla "distruzione"dei contenuti fiabeschi, attraverso il racconto del proprio io, la struttura narratologica viene stravolta, esplode in mille pezzi, che divengono i "quadri" principali della messa in scena. Ancora una volta la critica va alla società consumistica, alla patine perbenista sotto alla quale si celano i grandi drammi di scontentezza, insoddisfazione, inappagamento, voglia di morire piuttosto che sopportare la propria diversità, che stona con l'omologazione vigente e imperante. Si ritorna al Pasolini avverso alla lingua che si stava sostituendo ai dialetti, livellando quelle differenze che rendevano gli italiani un popolo eterogeneo, il percorso di livellamento delle genti è continuato fino ad oggi, prolungando quella che Guy Debord chiamò acutamente "la società dello spettacolo" in " società del social network", dove tutti sono inevitabilmente vittime di una curiosità indelebile nei confronti della propria pagina di facebook (per l'appunto il social network ormai più famoso). Tutto ciò i registi non ce lo risparmiano, sbattendoci in faccia il mipiacecommenta ripetuto a cantilena, altra proposta di "faccialibro", che con le sue dinamiche sta agendo nel sottosuolo delle coscienze, senza che queste se ne accorgano (almeno per ora) e rendendole tutte vittime della soggezione allo sguardo sul proprio profilo. La poeticità dei monologhi si fonde con la violenza delle tematiche e il furore con cui esse vengono trattate, per mezzo non solo delle parole, ma anche di quei corpi dilaniati sulla scena, spogliati in tutti i sensi e rivelatori di un disagio che non è poi così distante da quello di uno "stupro". Il tono si fa sempre più duro, anche se implicito, verso chi questo Paese lo sta pian piano distruggendo per sostenere sempre di più quello che la compagnia di Ricci/Forte, ma anche tutto il loro pubblico unanime, intendono contrastare da sempre. Così non mancano nel finale i segni "languidi", atti a rappresentare un'Italia in declino, un'accennata citazione all'Italia rovesciata in Cani da Bancata della Dante? Di questo poco ci importa, il punto è che di questa Italia si rimpiange l'età dell'oro, quella che i registi definiscono "parallela ed ipercontemporanea", in cui tutti ci vorremmo sommergere e che ci permetterebbe di pulire la nostra pelle, così come accade ai personaggi delle favole, che si tolgono lo "sporco" della società corrotta, lo stesso che ha macchiato le celebri fiabe dei Grimm, e ne vengono fuori puliti e dorati, pronti a vivere e a far vivere quel sogno preannunciato e negato da una scena tiranna, ma allo stesso tempo efficace ad esprimere la destrutturazione/distruzione che sta subendo il nostro Paese... quello "a forma di stivale... che ora non c'è più".

 

Cast&credit

GRIMMLESS

Liberamente ispirato alle fiabe dei fratelli Grimm

Regia :

Stefano Ricci

Attori/performer:

Anna Gualdo, Valentina Beotti, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori, Anna Terio.

Ufficio Stampa

Francesco Paolo Del Re

Info

Teatro India 29 marzo- 2 aprile 2011

in collaborazione con Teatro Pubblico Pugliese

 

 

 

 

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