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Intervista a Giorgio Nisini, autore del romanzo La Città di Adamo

08.04.2011 - Luca Casadio



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FOTO DI SABINA MANFREDI

In questi giorni, per la Fazi Editore, esce il libro di Giorgio Nisini, La città di Adamo, un romanzo avvincente e ben scritto che, senza dubbio, vale la pena di leggere. Un lavoro che riproduce la cadenza della memoria e dalla sua ricostruzione individuale, ma che appare, al tempo stesso, calato nella realtà sociale odierna.

Abbiamo incontrato l'autore e gli abbiamo posto alcune domande:

 

- La città di Adamo ruota intorno alle vicende del suo protagonista, Marcello Vinciguerra, un signore di buona famiglia che vive una crisi molto particolare. Quest'uomo di mezz'età, infatti, scopre che l'azienda agricola che lui stesso dirige, creata dal padre ormai scomparso, un piccolo impero economico, è ricca e fiorente grazie all'aiuto della camorra. E anche che tra il padre, che ha sempre idealizzato, e la malavita organizzata c'è più di un semplice collegamento.

Perché ha deciso di raccontare questa storia? Perché ha messo al centro del suo romanzo la rivisitazione critica, quasi drammatica, della vita di una persona fortunata e "per bene" che, di colpo, rivela un lato nascosto e inquietante?

 

Le ragioni sono molto e si raccordano al percorso narrativo che sto seguendo dal mio primo romanzo (La demolizione del Mammut, della Giulio Perrone Editore). In questo caso m'interessava la storia di una persona di successo che di colpo è costretta a mettere in discussione tutta la sua vita e la propria visione del mondo. Il suo percorso d'indagine rappresenta il paradigmatico dell'uomo che cerca la verità, che si affanna a capire il proprio passato, che si sforza di mettere a fuoco l'immagine del proprio padre. E dunque anche di se stesso. E poi volevo raccontare la storia di una donna, Ludovica, la moglie di Marcello, Lulù, come la chiama il marito, ossessionata feticisticamente dal possesso di oggetti di lusso, al punto che riesce a fare l'amore solo sopra mobili di design. È affetta da quella che chiamo "La sindrome di Lulù". Attraverso di lei volevo raccontare la pulsione che spinge molti uomini e donne contemporanee a circondarsi compulsivamente di nuovi oggetti. Un universo oggettuale che ci fagocita e che non sentiamo mai fino in fondo come nostro.

 

- Mi pare che i dettagli, in questo libro, giochino un ruolo fondamentale. Basti pensare al titolo del romanzo che evoca un quartiere interamente progettato e costruito da un camorrista, a Caserta, per mettere in scena la sua personale idea di società. Quasi una rappresentazione schematica e razionale del potere.

Ogni personaggio del romanzo, poi, appare ben delineato, studiato con cura, con gusti definiti e precise propensioni. Nel libro, inoltre, sono descritti minuziosamente proprio gli oggetti di design che lei diceva prima; divani costosi, lampadari, diversi tipi di piante, vestiti e automobili.

Che ruolo gioca nella sua idea di letteratura la descrizione? E come ha costruito il libro? È partito dalle vicende del protagonista? Oppure si è lasciato suggestionare dal carattere dei personaggi? O, ancora, dal clima sospeso e rarefatto proprio della ricostruzione di una biografia personale e familiare? E come ha legato insieme questi aspetti?

 

Più che di descrizione parlerei di analisi. I sensi del protagonista - udito, tatto, vista ecc. - sono vere e proprie sonde conoscitive attraverso cui egli cerca di capire il mondo. Il fatto che non ci riesca fino in fondo è un dato essenziale, rappresenta la più generale impasse conoscitiva dell'essere umano.

Per quanto riguarda la costruzione del libro, il mio modo di procedere rassomiglia molto a quello di un architetto. Parto sempre da un progetto complessivo: poi inizio a scavare il terreno, a costruire le fondazioni, a innalzare lo scheletro dell'edificio, a rivestirlo di materiali e di personaggi che lo vanno ad abitare. In ogni singolo passaggio intervengono chiaramente delle suggestioni e sollecitazioni della più varia natura, intellettuali (musica, cinema, libri ecc.) e biografiche (persone che m'incuriosiscono, fatti a cui assisto, discorsi che ascolto ecc.),

 

- A proposito del genere letterario: La città di Adamo non è un poliziesco, perché non è presente nessun investigatore. Non è un noir perché non avviene alcun omicidio. E non è neanche un giallo perché forse non c'è nulla da scoprire. Eppure, il suo romanzo è un po' tutti questi generi messi insieme. È possibile?

 

Sì, è possibile, anche se tecnicamente non sono un autore di genere, non rispetto cioè delle regole né mi riconosco in determinate tradizioni. Tuttavia ci sono molti aspetti della narrativa gialla e noir che mi attraggono: il tema del male, per esempio, le atmosfere sospese, i colori, gli scenari metropolitani, la detection, sebbene poi la mia sia una detection impossibile e introspettiva, visto che il mio protagonista si trasforma in una sorta d'investigatore privato di se stesso.

 

- Mi permetta una domanda "cattiva": anche se il suo è un romanzo complesso, addirittura perturbante a tratti, c'è comunque un happy ending in cui ogni tassello ritrova, quasi magicamente, il suo posto. Si tratta di una sua scelta? È il finale più plausibile per questo tipo di storia? Oppure è opera degli editor della sua casa editrice che le hanno consigliato (o imposto) il finale?

In Italia, un libro per avere successo deve per forza di cose "finire bene"?

 

No, assolutamente, nessuna imposizione. Il punto però è che non condivido fino in fondo l'idea di happy end. Come le dicevo quando scrivo un romanzo parto sempre da un progetto generale: in questo caso sono partito da un'idea di sviluppo del personaggio che si snoda in tre diverse fasi. All'inizio Marcello vive in uno st ato d'incoscienza a-critica, ha ereditato dal padre un grande azienda, ha una bella casa, una bella moglie, una bella automobile, vive per certi versi incapsulato dentro una realtà a parte, in un piccolo paese di provincia, schermato dalle insidie del mondo. Una sera però questa capsula s'infrange e lui inizia a mettere in discussione tutto, passa insomma attraverso uno stato di coscienza critica. L'approdo da happy end sarebbe stato quello del rifiuto del dubbio e della scelta di vivere autenticamente la propria vita, e invece lui arriva a una sorta di coscienza cinica; è questo il terzo stadio: accetta il padre per quello che è, un uomo in ombra, accetta il lavoro in azienda nonostante l'incertezza sull'origine della sua fortuna imprenditoriale. È un compromesso di coscienza, non un atto di libertà.

 

- La città di Adamo, fin dalle prime pagine, più che ad un'altra opera letteraria mi ha fatto pensare a "Eyes wide shut" di Stanley Kubrick. Che rapporto c'è, a suo avviso, tra la sua scrittura e il cinema? E ha mai pensato che il suo romanzo potrebbe essere un ottimo copione cinematografico?

 

L'influsso cinematografico è fondamentale per me, soprattutto in termini di linguaggio. Quando scrivo un romanzo visualizzo sempre le scene come se le dovessi riprendere con una telecamera: allestisco dei set mentali, immagino inquadrature, montaggi, giochi di ombre e di luci. Kubrick ha senz'altro avuto un ruolo nevralgico nel mio immaginario narrativo, ma certo è difficile stabilire delle interferenze esatte. Si tratta, credo, d'interferenze generali, anche se ipotizzo lei faccia riferimento alla scena del sogno, quando Marcello si trova a girovagare in una villa in cui si consumano episodi orgiastici. Forse lì sì, c'è Kubrick, ma anche tutto un immaginario che viene prima di Kubrick, e a cui Kubrick stesso ha attinto.

 

- Si, esatto, era proprio in quella scena che pensato a Kubrick.

Mi permetta un'ultima domanda. Verso la fine del suo libro il protagonista dice quasi come se parlasse a se stesso: "Esiste una linea di separazione tra ciò che si immagina e ciò che è, ma a volte questa linea diventa talmente sottile che i due territori si confondono". La città di Adamo, partendo da un piano perfettamente realista, giunge fino ad atmosfere surreali, dove la realtà e il sogno si confondono e il ricordo e l'invenzione si toccano. Questo è l'effetto che voleva dare? È in questa sensazione ambigua che voleva "immergere" il suo lettore?

 

In parte sì, anche se non mi trova d'accordo sul termine di surreale. C'è la descrizione del sogno, certo, l'ho appena ricordato, forse quello è il punto di maggiore contatto con un'atmosfera di tipo surreale, ma in genere preferisco il termine metafisico. Non a torto alcuni hanno parlato a proposito del mio libro di "realismo metafisico". Voglio dire, il piano realista da cui parto, come lei giustamente ricordava, viene a un certo punto messo in discussione, e questo perché la realtà sondabile e verificabile a cui siamo abituati viene contraddetta da una realtà "altra". Nel surrealismo, da Breton a Savinio, il piano dell'inconscio è fondamentale nella comprensione dell'io; al contrario nel mio libro conscio e inconscio sono improvvisamente disturbati dalla percezione di una dimensione esterna all'io. Una dimensione metafisica, appunto.

 

La ringrazio molto e auguro a Lei e al suo libro tutta la fortuna che meritano.

 

Titolo: La città di Adamo.

Autore: Giorgio Nisini.

Casa editrice: Fazi editore.

www.fazieditore.it

298 pagine.

costo: 18.00 euro

 

 

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