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domenica 20 ottobre 2019

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MOSTRE - Roma verso un museo della fotografia

Marco Delogu al Macro e Arturo Ghergo al Palazzo delle Esposizioni

14.06.2012 - Valeria Arnaldi



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Inaugurare un museo interamente dedicato alla fotografia è uno dei sogni che Roma insegue da tempo. Con impegno, dedizione e quel pizzico di lentezza che ha il sapore della riflessione ponderata, ma anche di un percorso di vera e propria educazione del pubblico all'arte dell'obiettivo, attraverso i suoi grandi maestri. Sono sempre di più, infatti, i musei che fanno della fotografia uno dei punti di forza della propria programmazione, dai primi dagherrotipi fino agli scatti contemporanei, dalla scena romana a quella internazionale, dal museo di Roma in Trastevere fino al Macro, con - uno per tutti - il recente successo della mostra dedicata Steve McCurry.

Proprio dal Macro riparte l'operazione Museo, con il progetto della sua realizzazione all'interno di un terzo padiglione appositamente restaurato. Nell'attesa che l'idea diventi dato concreto, Roma e il Macro non stanno a guardare. Tra i primi atti del nuovo direttore del Museo d'Arte Contemporanea, Bartolomeo Pietromarchi ci fu proprio l'assegnazione a Marco Delogu, direttore del Festival di Fotografia di Roma, della curatela di una collezione di fotografia, primo nucleo della collezione del prossimo Museo, realizzata prendendo le mosse dagli archivi del Festival e, in particolare, dalle serie della Rome Commission, con scatti appositamente prodotti e dedicati a Roma negli ultimi dieci anni da artisti italiani e stranieri, tutti già di proprietà del Campidoglio. Detto fatto.

La collezione ha appena fatto il suo debutto negli spazi del Macro, in via Nizza, dove rimarrà in mostra fino al 10 giugno, in attesa di diventare mostra permanente. Circa trentacinque le opere esposte, da Olivo Barbieri a Gregory Crewdson, da Tim Davis a Matthew Monteith, Da Tod Papageorge a Anders Petersen, David Spero, Alec Soth, Guy Tillim, Paolo Ventura, Jeff Wall. Senza dimenticare l'omaggio a Rodolfo Fiorenza con un polittico della serie "Ombre". D'altronde, la fotografia ai romani piace sempre più. Soprattutto, quando racconta la loro storia.

Non stupisce dunque il grande successo dell'esposizione dedicata ad Arturo Ghergo, a Palazzo delle Esposizioni fino all'8 luglio. Dagli anni Trenta ai Cinquanta del Novecento, Ghergo è stato il fotografo della scena "bene" romana, dalle famiglie nobili ai divi del cinema, nella costruzione di un dialogo che ribaltò le parti, trasformando attrici in principesse e principesse - vere - in star. Di più. Ghergo è stato il fotografo dell'immagine che la Roma bene voleva inventare per se stessa. Per credersi e farsi credere. Il modello è quello americano, glamour da riflettori, capace di far sognare sia l'osservatore che il soggetto ritratto, trasportandolo in una dimensione di pura bellezza, fiera nella sua eleganza - d'animo e immagine - e al contempo aggressiva quanto basta per modificare i canoni della tradizione. Bando alla costruzione "classica" del Bello, qui si cerca la visione patinata, per trasformare semplici ritratti in icone, anche grazie a ritocchi manuali e correzioni effettuati direttamente sulla pellicola.

Libero da regole e moduli, ma soprattutto libero dalle richieste di una clientela che non vuole più dettare norme ma chiede solo di essere letta e raccontata, Ghergo costruisce la nuova bellezza della donna, più snella nella figura ma più "pesante" nella percezione, determinandone un nuovo status.

La sua è una Roma di divi, volutamente distanti dalla gente comune per regalare a quella stessa gente le "lontananze" necessarie per credere nella fiaba del domani. Dal passato recente a quello storico. Mentre Palazzo delle Esposizioni si fa teatro di nostalgie di un tempo lontano ma non del tutto perduto, il Complesso del San Michele e il museo Pigorini ospitano, fino al 15 giugno, la terza edizione di Memorandum, festival della fotografia storica, che riunisce foto provenienti da undici collezioni private e, per la prima volta, cinque pubbliche, a coprire un arco di tempo che va dal 1854 agli anni Settanta del Novecento.

Tra originali delle diverse epoche e riproduzioni multimediali, si va dalle carte salate di Roger Fenton, reportage di guerra ante litteram, agli album di scatti realizzati in Asia e Usa tra 1878 e 1882 dai fratelli Grazioli Lante della Rovere, dagli scatti  africani di Gianfranco Moroldo alle esplorazioni nel Sud d'Italia dell'ufficiale medico Randolfo Fauci, fino ad arrivare alle guerre di Crimea e Vietnam. Di museo in museo, di epoca in epoca, Roma apre la nuova stagione espositiva proponendo un viaggio tra secoli e mete, in cui vera protagonista è l'arte della fotografia, nella sua evoluzione di tecnica, sguardo e sentimento.

 

Fonte: Exibart  On Paper, n. 79

 

 

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