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venerdì 06 dicembre 2019

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Gli intellettuali che vissero due volte

Il Giornalismo durante e dopo il Fascismo

18.12.2007 - Giulia Ardizzone



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Foto da flickr.com/photos/99955158@N00/838724917/

Una doppia vita distinta da un “prima “ e da un “poi”.
Ignorata da lungo tempo, è l’esperienza degli intellettuali italiani che, tra il 1938-1948, si persero nella sottilissima linea d’ombra che distingueva il fascismo dall’antifascismo.
Un’ identità temporanea a lungo taciuta, mascherata sotto l’ala della cosiddetta “dissimulazione onesta”(Muscetta) ma oggi, profondamente bisognosa di redenzione.
Nel 2005 una luce si accende, nasce e si sviluppa la discussione attraverso la pubblicazione del libro “I Redenti”, ad opera della giornalista, professoressa e scrittrice Mirella Serri.

Un passato nero scelto per non assopirsi nelle maglie del silenzio e dell’ ignavia, frequentando ambienti e riviste fasciste concedevano i propri talenti alle ammalianti tecniche di penetrazione culturale e politica del regime, almeno apparentemente.
L’intellighenzia della Penisola formò un vero e proprio esercito che rispose in massa alle iscrizioni al PNF, che non esitò a partecipare ai Littoriali, ad occupare cattedre universitarie per “chiara fama” e a creare un’ opinione pubblica che traeva ispirazione dai loro innumerevoli scritti pubblicati in riviste ad alta diffusione (Roma fascista, Il ventuno domani, Tevere, Quadrivio, Nuovo occidente, La Ruota, etc).
Una di queste, che raccolse nel suo grembo una schiera di personalità notissime, fu “Primato”, nata nel Marzo 1940, per volontà del gerarca e ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai.
Pittori, musicisti, scrittori, poeti, registi, nomi a volte impensabili data la prepotenza della loro seconda vita molto più gridata, molto più sentita.
Guttuso, Aleramo, Alvaro, Brancati, Gadda, Muscetta, Pavese, Pintor, Quasimodo, Pratolini, Ungaretti, Argan, Biagi, Morandi, Montale, Alicata, Rossellini, Scalfari, Zavattini, Bobbio,Morante, Bocca, Fo…e tanti, tanti altri presero parte a questa o ad altre redazioni.
I temi maggiormente dibattuti riguardavano l’antisemitismo penetrato ormai ovunque, il cosiddetto Nuovo Ordine europeo volto ad esaltare la cultura e la lingua italiana, il fanatismo delle imprese belliche e l’eroismo patriottico.

Con la caduta del regime e la salita al governo di Togliatti venne a galla la questione dell’assoluzione o rieducazione di tutti quegli intellettuali che in un batter d’occhio si dichiararono militanti comunisti, scatenando le ire di coloro i quali, davvero molto pochi, non esitarono mai durante la dittatura a mantenere la loro fede politica, affrontando ingiurie e torture di ogni sorta.
Una generazione intera, dopo la disfatta fascista e il timore dei tempi che sarebbero venuti, ometterà del tutto i propri trascorsi in camicia nera, difenderà la propria inclinazione critica mantenuta sempre nascosta, considerando la loro ubbidienza un antifascismo criptico e una “servitù volontaria”(Morandi).
Il PCI aprirà le sue porte, volendo riconoscere una vena di opposizione nascosta nelle menti di tutti i giovani che si professavano fascisti.
Ma la vera storia uscirà fuori solo nel 1962 con la seconda edizione, ( la prima fu bloccata per volere di C. Alicata nel 1947), de “Il lungo Viaggio” di Ruggero Zangrandi, definita l’Antologia dell’Orrore (Abrasino). Zangrandi fu il primo, a costo di rendere noti nomi compromettenti, a raccontare in maniera dettagliata l’adesione in massa della gioventù italiana al regime mussoliniano, seppur con una chiave di lettura autoindulgente e autogiustificatoria, distaccandosi così dai “ sintomi di una intossicazione collettiva, di un incattivirsi estremo nella vita di relazione degli intellettuali italiani, oscillanti tra l’ansia di occultamento e la faida”( P. Battista “Cancellare le tracce”).

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