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martedì 29 settembre 2020

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LIBRI - Rapporto sui diritti globali. Dopo la crisi, la crisi

Il rapporto 2014 è curato dalla Associazione Società Informazione e promosso dalla CGIL

23.07.2014 - Rita Proto



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Non è la solita "crisi del settimo anno". Il divorzio è conclamato: da una parte, nel Mondo, un esercito di disoccupati e nuovi poveri in aumento, dall'altra un'oligarchia di ricchi e potenti.

Anche l'Italia è a rischio catastrofe. E non solo per la recessione e la disoccupazione. C'è anche una crisi etica e sociale. Le cifre del Rapporto 2014 sui diritti globali - dopo la crisi, la crisi, a cura di Associazione Società Informazione, promosso dalla CGIL e appena pubblicato da Ediesse, parlano chiaro. 

Dopo sei anni, tutti gli indicatori economici e sociali evidenziano un quadro drammatico. I disoccupati, in Europa, sono 27 milioni (10 milioni in più). Ci sono 13 milioni in più di nuovi poveri. Nel 2012, poco meno di una persona ogni 4 era povera, a rischio esclusione. Nel panorama mondiale, nel 2013, i disoccupati erano 202 milioni e 200 milioni di persone sopravvivono con meno di due dollari al giorno.

In Italia, le persone che vivono in povertà assoluta, tra il 2007 e il 2012, sono ormai l'8% della popolazione. Erano 2 milioni 400 mila e sono ora 4 milioni e 800 mila.

Dall'inizio della crisi, hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone (424 mila tra il 2012 e il 2013) e il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Non muoiono solo le piccole imprese (134 mila dal 2008) ma alcuni studi rivelano che almeno 149 persone si siano tolte la vita per motivazioni economiche.

Il rapporto CGIL 2014 racconta una catastrofe umanitaria e non solo economica. Denuncia anche la mancanza di una volontà politica di affrontare la crisi con investimenti mirati, ignorando qualsiasi alternativa alla deriva di oggi.

Il sociologo Luciano Gallino parla di "Colpo di stato in atto". E non gli si può dare torto, esaminando l'ostinazione con cui non si è mai cambiato rotta. Nessun investimento per promuovere occupazione e lavoro e nessuna inversione di tendenza nelle politiche della Troika (Banca Centrale, Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea). I lavoratori e i ceti medi sono allo stremo, nei paesi destinatari di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania.

Assistiamo a una "Lotta di classe dall'alto", con forti spinte verso la privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un mercato potenziale di 3800 miliardi di euro l'anno, il 25% del PIL, un settore che fa gola a gruppi finanziari e multinazionali. 

La religione del profitto e il dogma del libero mercato hanno progressivamente scardinato i diritti conquistati a fatica nella seconda metà del Novecento dalle classi subalterne. In piena bancarotta, nella crisi globale,i Signori della Stanza dei Bottoni (Grandi finanzieri, Corporations e Tecnocrati), non hanno voluto abbandonare il paradigma della crescita infinita e della logica del profitto.

L'unico welfare che funziona è il sostegno delle famiglie ai giovani, ma i risparmi si assottigliano, con tagli del 35% della spesa sanitaria e del 40% di quella ospedaliera.

Esiste una priorità etica della politica, afferma Luigi Ciotti che parla di "bilanci restii e avari nel soccorrere i deboli e i malati, ma più prodighi nel sostenere le banche e gli istituti finanziari".

"Non ci sono i soldi- aggiunge- è diventato il leitmotiv quando si parla di servizi e spesa sociale. Il problema è che si continua a non pensare al welfare come investimento e come spesa per lo sviluppo". Di fatto si è scaricato il peso della crisi sulle famiglie, sul mondo del lavoro e sui ceti medi. 

Oltre a cifre, che descrivono puntualmente la crisi e l'aumento della povertà, nel Rapporto troviamo anche il parere autorevole del sociologo Luciano Gallino riguardo al nostro debito pubblico: "Le strade sono due - spiega - o, appunto, il disastro, ovvero che l'Italia non si adegua e vengono erogate ulteriori misure punitive oppure che i principali Paesi con debito rilevante si accordano per diluire o abolire il fiscal compact, o comunque per procedere a una ristrutturazione pacifica del debito".

Il sociologo Zygmunt Bauman delinea una politica che naviga a vista, senza idealità o progetti, mentre, con la rivoluzione neoliberale si è acuita la separazione tra "potere inteso come capacità di fare e politica, ovvero capacità di decidere cosa fare". Soli e smarriti restano i cittadini, schiacciati progressivamente da politiche di rigore.

In Italia la povertà assoluta è raddoppiata: da 2 milioni e 400 mila persone del 2007, nel 2012 si è arrivati a 4 milioni e 800 mila, l'8% della popolazione. Il tasso di occupazione, nel 2013 è tornato ai livelli del 2002 (59,8%) mentre era del 63% nel 2008. Dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila italiani.

Nessun serio investimento - afferma Sergio Segio, coordinatore del Rapporto - è stato fatto per promuovere l'occupazione. Migliaia di miliardi sono andati invece a beneficio dei responsabili della crisi, il settore finanziario. In sintesi "le politiche di austerità stanno letteralmente strangolando le economie e prima ancora, i sistemi di welfare, lasciando dietro di sé macerie e desolazione sociale."

La crisi che stiamo vivendo, viene raccontata nel Rapporto come una "gigantesca e decennale opera di trasferimento di ricchezza dal lavoro al profitto, dai lavoratori alle imprese, dall'economia produttiva alla finanza speculativa".

Senza un nuovo Contratto tra Stato e cittadini, non è possibile nessun cambiamento di rotta reale. Iniziamo a leggere la Crisi con occhi diversi, a non pensare che le politiche recessive siano l'unica medicina possibile. Il nostro Paese ha bisogno di ritrovare intelligenza critica, memoria e partecipazione. Per non vivere più in un mondo di precari, senza diritti, manovrati da massicce campagne di "informazione", che spacciano l'austerità come l'unica via di salvezza, rinunciando a diritti acquisiti e alla protezione sociale. E poi, lotta dura all'evasione fiscale, al valore aggiunto ricavato da traffico di stupefacenti, prostituzione e dall'industria delle guerre, più o meno "umanitarie".

 

IL DECALOGO CONTRO LA CRISI DEL GRUPPO ABELE

"La povertà - ci ricorda nella prefazione del rapporto, Luigi Ciotti - è anche un furto di speranza, di dignità e di diritti". Ed eccolo, passo dopo passo, il "Decalogo" proposto dal gruppo Abele per uscire dalla crisi:

1.      Ricostituire e aumentare il fondo sociale e per la non autosufficienza

2.      Moratoria sui crediti di Equitalia e del sistema bancario

3.      Pagare subito i servizi, i beni, le prestazioni fornite alle Pubbliche Amministrazioni

4.      Agricoltura sociale, risanamento del dissesto idrogeologico, integrazione dei migranti. Tagli alle spese militari, revisione dei progetti di grandi opere inutili

5.      Sospendere gli sfratti esecutivi

6.      Destinare a uso sociale il patrimonio immobiliare sfitto o confiscato alle attività criminali

7.      Dare la residenza al Municipio ai senza dimora, per usufruire di servizi socio-sanitari

8.      Reddito minimo di cittadinanza

9.      Riportare in ambito pubblico i servizi di base essenziali e la difesa dei Beni comuni

10.  Rinegoziazione del debito Pubblico

 

LE PIATTAFORME DI CAMBIAMENTO

Il cambiamento è possibile. "Le proposte alternative sono da tempo sul tavolo - afferma Sergio Segio - come quelle della Rete europea degli economisti progressisti o quelle indicate da Gallino, Viale e tanti altri. Modifica dell'impianto del Fiscal Compact, per consentire agli Stati di difendere spesa pubblica, welfare, redditi; redistribuzione della ricchezza per ridurre le diseguaglianze, con armonizzazione dei regimi di tassazione; ridimensionamento radicale della finanza, con una vera tassa sulle transazioni finanziarie; spostamento dell'imposizione dal lavoro verso i profitti; riforma della Banca Europea, ore di ultima istanza per i titoli di Stato".

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