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giovedì 06 agosto 2020

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TEATRO - "Seta"

Isabella Valeri, con il suo libero adattamento del romanzo di Alessandro Baricco, ha registrato il pieno di pubblico nei quattro giorni di rappresentazione al Teatro Antigone di Roma, dal 5 all'8 febbraio

16.02.2015 - Daniele Maurizi



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Immaginate di fare un gesto semplice, rilassante, quello di entrare in una libreria e scegliere un libro per voi, da leggere e far scorrere dentro i vostri occhi. È un compagno, quello che sceglierete, un amico, forse un traditore, una coscienza, un amante, un diverso punto di vista. Per un breve tratto del vostro tempo, magari lungo solo quanto un viaggio in treno, o per sempre. E prima o poi ci cadrete, dentro quel libro, e mentre conoscerete o farete amicizia con i personaggi, ad un punto, vi troverete a parlarci, a interrogarli e a interrogare voi stessi. Vi accorgerete, sempre, che c'è un personaggio in più, nascosto, diverso: ognuno di voi. Voi, lettori, che dal momento in cui deciderete di prendere un libro tra le vostre mani, fin nelle intenzioni, avrete il coraggio di farvi attraversare da un racconto e non vedrete l'ora di impastarci la vostra realtà, di sporcare la carta con la vostra carne.

Lo ha fatto Isabella Valeri, in un giorno qualunque, all'inizio di un viaggio in treno, necessario, partendo dalla Stazione di Pescara, dove ha acquistato un libro antico, "Seta", di Alessandro Baricco, e ha cominciato a spogliarlo, tra i fiati e i mormorii degli altri passeggeri, verso un viaggio che non si è concluso ad Ancona, meta fisica naturale, ma ha proseguito lontano, oltre la conoscenza di sé stessa, fino ad un Giappone lontano ottomila chilometri, attraversando le stagioni del tempo, scegliendo di scavare negli angoli piuttosto che passando per le strade tracciate, perché è lì dove non si è mai passati, dentro sé stessi, che si nasconde una nuova curiosità, un ritrovato coraggio di andare un metro più avanti, fino al prossimo buio, fino alla successiva pagina. È il viaggio di Hervè, che ad un tratto della sua giovinezza si è trovato a scegliere tra la rassicurante e sorda vita con Helène, sua compagna, in un paesino lontano mille miglia della Francia e il richiamo irresistibile della parte nascosta di sé stesso, che aveva deciso di nascere e di impossessarsi di lui per portarlo altrove, a recuperare il sasso gettato nel fiume della vita, a ridisegnare gli spazi, i recinti, le misure. E questo viaggio è percorso sulle note di una "Mi sono innamorato di te" di Sergio Endrigo, attraverso un atroce dubbio di tutti noi, tra il certo e il celato, tra il grigio e la paura, tra le parole e le strofe del duetto tra Isabella e Sandro Argentieri. Non si può mentire a sé stessi, se non uccidendosi, non ci si può conoscere se non attraversando una strada di seta trasparente, evocando allusioni o incertezze...

Ma prima o poi ci fai l'amore con te stesso, impari a mediare con gli umori, a contrattare con la coscienza. Impari a tingere di rosso la tua vita, nel tuo amplesso con una pagina del tuo cuore, anche se la tua testa è altrove. Impari a godere dei momenti felici che pur possono non durare molto, a brancolare in qualche sofferenza mentre si cerca conforto, dentro un panno di seta che è la carezza di ciascuno alla propria vita.

E soffre Isabella, s'offre, mentre canta "Cucurrucucu Paloma", in una interpretazione lacerante della versione di Caetano Veloso che merita una citazione a parte ed autonoma, la sua versione. Piange le sue persone che non ci sono più, tra i bassi della sua voce, che sono martellate sul petto, e gli acuti, che sono frustate lungo la schiena. È un'invocazione lenta e vibrante che va dagli Inferi al cielo, dall'anima all'infinito. E' sconvolto il pubblico a sentire il suo pianto melodico, spogliato, nudo. Piange insieme a lei, invoca insieme a lei, tremante, le vittime del terremoto della città dell'Aquila del 2009, con il pesante carico di vite e di storie infrante all'improvviso, e di quello ancora più pesante di vite scheggiate, profondamente, sradicate da un'esistenza pacifica, equilibrata, usuale e catapultate d'un colpo in un non essere irriconoscibile, fragile, inaccettabile. E nonostante l'immenso dolore, Isabella cerca e trova la forza di sopravvivere, e di perdonare, nonostante le schegge, nonostante il dolore. Domandando solo rispetto.

Durante il racconto Isabella, che è anche autrice della sceneggiatura insieme a Carmela De Felice, è accompagnata, nelle voci narranti, dai rimarchevoli Lorenzo Gioielli e Daniela Tosco e, nelle musiche, da un quartetto di altissimo livello, che ha rappresentato una vera e propria architettura sonora: dalle percussioni raffinate ed evocative di Carlo Bordini al pianoforte di Cinzia Gizzi, dal flauto di Iolanda Zignani al notevole e appassionato contrabbasso di Pino Sallusti. La scenografia, essenziale e simbolica, è arricchita dalle immagini ed opere grafiche di Valentina e Carlo Cassano, Lia Garofalo e Federica Ricci. Particolarmente pregevoli le icone realizzate da Erman Izzi.




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