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La Cina, il Tibet e il mondo

Nell’anno delle Olimpiadi di Pechino esplode la questione tibetana

24.03.2008 - Luca Paccusse



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foto di Indra Galbo

Proprio nei giorni in cui un rapporto annuale del Dipartimento di Stato Usa aveva eliminato la Cina dalla “lista nera” dei dieci paesi che compiono maggiori violazioni dei diritti umani, in Tibet sono iniziate le proteste della popolazione contro la “colonizzazione” cinese, e Pechino ha risposto con una violenta repressione.

Una vicenda che sta suscitando l’attenzione da parte della comunità internazionale e che ricorda ciò che poco tempo fa è successo in Myanmar. Con l’enorme differenza che in questo caso i monaci non sono solo buddisti, ma monaci tibetani, che chiedono una maggior autonomia per la loro regione occupata dalle forze cinesi nel 1950. Alla protesta non violenta dei monaci si è aggiunta quella un po’ più dura da parte dei civili tibetani, che hanno assaltato case e negozi cinesi che si stanno diffondendo sempre più nella regione himalayana. Una questione, quella del Tibet, che è sempre stata spinosa per Pechino, sia per quanto riguarda il fronte interno che quello internazionale.

Fatto ancor più evidente agli occhi del mondo è che gli scontri di Lhasa (capitale della Regione Autonoma del Tibet) si stiano verificando nell’anno delle Olimpiadi, che la Cina considera un po’ come il suo “fiore all’occhiello”, una manifestazione dai cui trarre immensi vantaggi sul piano economico e politico, una sorta di “sdoganamento” a livello internazionale che però sta mettendo ancora di più sotto i riflettori le violazioni dei diritti umani di cui si rende protagonista il governo di Pechino.

foto di flickr.com/photos/gilus" alt="foto di flickr.com/photos/gilus

Violazioni che seppur constatate dal Dipartimento di Stato americano (che nel suo rapporto ha parlato di continue “negazioni dei diritti umani di base” e di “torture nei confronti dei prigionieri”) sembrerebbero contare meno di quelle che si registrano in altri paesi citati nella “black list” come Cuba, Siria, Iran o Sudan. D’altra parte si sa che più il paese è importante dal punto di vista economico, commerciale e militare, minori sono le pressioni che si possono o si vogliono esercitare nei suoi confronti. Applicare un embargo contro un’isola dei Carabi è più semplice che attuare un qualche tipo di sanzione contro paesi come Cina e Russia che oltretutto fanno parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E’ lo stesso motivo per il quale il Comitato Olimpico Internazionale ha affidato a Pechino il compito di organizzare le Olimpiadi di quest’anno e che molto probabilmente non porterà a boicottaggi di rilievo contro i Giochi olimpici cinesi. Nessun “revival” di Mosca 1980 almeno per ora, anche perché allora l’Occidente condannò l’invasione sovietica dell’Afghanistan, uno stato indipendente, mentre in questo caso i problemi della Cina sono interni, anche se per noi che non occupiamo le stanze del potere tutto ciò apparire scandaloso e macchiato di un’enorme ipocrisia.

Un boicottaggio che d’altra parte non è stato richiesto nemmeno dalla massima autorità tibetana, il Dalai Lama Tenzin Gyatso, che però ha parlato di “genocidio culturale” attuato dal governo di Pechino nei confronti del Tibet. E’ noto infatti che la politica cinese è sempre più orientata verso una progressiva colonizzazione della regione tibetana attraverso l’immigrazione di cinesi di etnia Han (che costituisce circa il 92% della popolazione cinese), favorita anche dalla recente costruzione della Ferrovia del Qingzang che collega Pechino con Lhasa. Un processo di “cinesizzazione” che ha portato la popolazione tibetana a diventare minoritaria (6,5 milioni contro 8 milioni di cinesi). Tutto ciò ha favorito il malcontento della popolazione tibetana, ancora apertamente ostile alla Cina e al suo espansionismo in territorio himalayano.

Chi si è sempre mostrato favorevole alla pacificazione è stato proprio il Dalai Lama, accusato in questi giorni dalle autorità di Pechino di fomentare le rivolte anti-cinesi e che invece negli ultimi anni ha smorzato perfino le richieste di indipendenza per il Tibet appellandosi comunque affinché venga concessa una reale autonomia alla regione e venga garantito il rispetto della cultura e delle tradizioni del suo popolo.

Sono proposte che dovrebbero essere sostenute maggiormente dal resto del mondo - Italia compresa – attraverso il dialogo ma anche con nuove pressioni diplomatiche che non si fermino alle semplici raccomandazioni pronunciate sottovoce nel corso degli incontri tra i leader internazionali e i dirigenti cinesi.

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