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domenica 26 gennaio 2020

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Politica, interessi e WTO

Dentro i negoziati, gli schieramenti e i meccanismi di un multilateralismo in crisi

13.04.2008 - Roberto Sensi e Andrea Baranes



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La sospensione  dei negoziati della WTO a fine luglio 2006, ripresi l'anno seguente ed attualmente in corso,  è solo l’ultima tappa di un lento processo, iniziato a Seattle nel 1999, che in meno di un decennio ha portato l’istituzione simbolo della globalizzazione a una crisi profonda.

Oramai per la stessa globalizzazione economica ci stiamo avvicinando a grandi passi verso una nuova era, ancora ricca di incognite e ben lontana da una maggiore giustizia. La cooptazione di India e Brasile nel nuovo gruppo che “guida” la WTO sin dal seguito della crisi di Cancun non è bastata per risolvere le contraddizioni intrinseche ai negoziati di Doha e al funzionamento stesso dell’istituzione. Inoltre i Paesi più poveri, veri sconfitti delle liberalizzazioni targate WTO, poiché destinati ad avere un ruolo subalterno nell’economia globale, hanno finalmente trovato la forza di smascherare senza appello l’ipocrisia dell’agenda “dello sviluppo” lanciata a Doha nel 2001.

Desiderosi di correggere le storture subite  alla fine dell’Uruguay Round con l’accordo per la nascita della WTO nel 1994, i Paesi del Sud del mondo riponevano enormi aspettative nel “Doha Round”, poi ridottosi a un classico negoziato per aumentare le liberalizzazioni e l’accesso al mercato in favore dei grandi gruppi economici e contro le ragioni dello sviluppo dei poveri. Nulla di nuovo nella storia del libero commercio globale degli ultimi decenni.

L’incapacità di trovare una quadratura del cerchio tra poteri vecchi e nuovi e interessi alquanto diversi, seppure tutti orientati all’apertura aggressiva dei mercati globali, mostra come la crisi del liberismo abbia oramai raggiunto anche la WTO, facendo emergere tutte le contraddizioni di un sistema multilaterale commerciale che alla fine si basa su logiche neo-mercantiliste a vantaggio dei gruppi industriali dei Paesi forti. Per mascherare questa crisi emergono nuovi strumenti “compassionevoli”, quali gli aiuti per il commercio per i Paesi poveri – o aid for trade – che di fatto vanno a subordinare la cooperazione allo sviluppo a pure logiche commerciali, mirate ad aprire i mercati dei Paesi poveri. Poco conta che allo stesso tempo non si affrontino i problemi strutturali che sui mercati globali condannano gli stessi Paesi poveri a dover sempre “rincorrere” il loro sviluppo.

L'alleanza, verificatasi ad Hong Kong, del Sud del mondo in un fronte unico, delle potenze emergenti, inclusa la Cina, ai paesi più poveri, rimane una chimera. Il tentativo di accordo al summit di Hong Kong si inserisce in una logica precisa di negoziato politico complessivo tra le nuove e vecchie potenze del pianeta, che mira alla definizione di una “nuova Yalta” economica nei prossimi due o tre anni al massimo, sia in termini di compiti di produzione nell’economia globale che di aree di influenza e peso politico. Brasile e India vogliono un posto nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, così come più quote in Banca mondiale e Fondo monetario. La Cina ha già parte di questo riconoscimento istituzionale e, con o senza la WTO, spicca già oggi come l’unico competitor globale della super-potenza a stelle e strisce. In queste logiche diventa secondario se le potenze regionali o sub-regionali del pianeta saranno benigne o maligne verso gli altri Paesi in via di sviluppo.

Qualcuno può obiettare che, rispetto ad alcuni anni fa, quanto meno abbiamo un maggior numero di attori che fanno presagire un mondo multipolare e più democratico. Di fatto questi attori agiscono già come potenze regionali, influenzando con la loro economia quelle dei Paesi limitrofi. Inoltre, in tutte le aree del pianeta l’integrazione regionale politica tarda ad arrivare, a fronte di una compattazione economica fondata sui canoni obsoleti del liberismo. Ci troviamo in presenza di un multipolarismo imperfetto che, se ristretto a pochi poteri, tenderà sempre più alla logica della spartizione delle aree di influenza politica ed economica. Le economie emergenti, infatti, non sembrano mettere affatto in discussione l’approccio neoliberista e la logica di potere che lo contraddistingue. Partendo da basi ideologiche comuni, quindi, muovono una sfida alle “vecchie” potenze, dal momento che oramai contano quasi quanto loro. Un atteggiamento che rappresenta una cocente delusione per la società civile internazionale, che nei Paesi emergenti aveva riposto più di una speranza di cambiamento.

Ci si incammina, insomma, verso una power politics globale molto più aggressiva di quella che abbiamo conosciuto negli anni novanta. I poteri forti si confronteranno a muso duro, in ogni contesto e senza sconti. Sull’orizzonte lo spettro di una sorta di divisione globale del lavoro decisa da pochi: l’America Latina esportatore agricolo con pochi altri Paesi, l’Asia produttore di manufatti, e l’Europa e il Nord America padroni del mercato globale dei servizi, soprattutto finanziari, tranne che per poche eccezioni. Stati Uniti e Cina saranno i soli competitor globali su più fronti, sebbene sempre più attenti anche al loro mercato interno. L’Africa rimane complessivamente tagliata fuori.

In questo scenario alquanto preoccupante, con la crisi della WTO, che è solo l’ultimo pezzo del sistema multilaterale a entrare in crisi, l’Unione europea si troverebbe a vivere un serio smacco politico. Dall’inizio degli anni ottanta, ovvero verso la fine della Guerra Fredda, il multilateralismo all’europea si pone l’ambizioso obiettivo di rendere l’intero pianeta multilaterale, dettando una nuova stagione di relazioni internazionali più morbide. Questo obiettivo molto probabilmente è fallito, destablizzando ulteriormente un sistema europeo già in crisi nella sua integrazione politica. Nella rude power politics globale ampi settori dell’economia e della popolazione europea sono destinati a perdere, al punto che oggi la stessa Commissione europea propone la creazione di un fondo interno di aggiustamento per gli effetti della globalizzazione. Così per la prima volta si ammette apertamente che il sistema di welfare all’europea dovrà essere sacrificato. E non potrebbe essere altrimenti secondo gli assiomi del liberismo, poiché l’apertura indiscriminata dei mercati alla fine genera una concorrenza al ribasso nello smantellamento dei diversi sistemi sociali nei vari Paesi, attualmente più avanzati oggi in Europa rispetto alle economie emergenti, che vivono un diverso grado storico di sviluppo. Generare un consenso su una strategia con costi sociali così alti sarà possibile per le istituzioni e i governi solamente facendo leva sulla contentezza temporanea dei consumatori che troverebbero nei grandi supermercati prodotti sempre più economici, ma di qualità spesso inferiore, in seguito all’ulteriore apertura dei mercati per merci e servizi prodotti a un costo del lavoro molto basso e in base a legislazioni ambientali e sociali ben poco evolute.

In questo scenario preoccupante, molti dentro l’Unione europea potrebbero essere sempre più tentati di chiudersi a riccio per evitare il peggio, dal momento che tre quarti del commercio europeo oggi avviene ancora all’interno dell’Unione. Questo specialmente nella prospettiva di un crollo o ridimensionamento dell’economia americana, che da già oggi segnali allarmanti di crisi.

Un tale aggiustamento politico-economico planetario, che vede sull’altare sacrificale una buona metà del pianeta, ma anche i diritti acquisiti in passato dai cittadini del ricco Nord, pone una responsabilità enorme sulle spalle della società civile globale, che attualmente non trova ancora un riferimento anti-liberista di confronto politico nelle capitali del pianeta, tranne nel caso di poche eccezioni in America Latina.

Fa riflettere che proprio all’apice della crisi economica del liberismo, alle forze del cambiamento manchino interlocutori politici di un certo peso. In un clima di delusione per il “tradimento” di alcune potenze emergenti, a partire da India e Brasile, sembrerebbe che la vera sfida sia quella di ritornare alla propria dimensione nazionale o regionale e battersi lì per un vero mutamento di sostanza, ritessendo alleanze e strategie. Coloro toccati dai disastri del libero commercio a senso unico saranno sempre di più e dei settori sociali più variegati. Allora il naturale alleato dei movimenti non potrebbero che diventare alcuni dei governi dei Paesi più poveri, se democratici e aperti al confronto, che però non avrebbero la capacità di opporsi da soli agli altri giganti.

In questo contesto, la sfida per i movimenti europei è ancora più grande vista l’attuale difficoltà a definire quale modello alternativo economico e sociale di Europa si vuole promuovere. L’unico soggetto a cui l’Europa dovrebbe forse guardare con lungimiranza politica è proprio l’Africa, continente destinato palesemente a perdere nei mercati globali. Ma un’inversione di rotta che abbandoni l’ideologia liberista è condizione sine qua non per avviare nuove relazioni con i più poveri del pianeta. Ma proprio la crisi ormai palese dell’ideologia liberista offre nei prossimi anni un’opportunità unica per promuovere alternative e riappropriarsi dei meccanismi economici alla base della creazione delle ricchezza tramite la definizione di nuove regole per l’economia globale. Una strategia economica per la solidarietà globale, di cui tutti abbiamo bisogno, prima che sia troppo tardi.

Roberto Sensi e Andrea Baranes - Campagna per la Riforma della Banca Mondiale/Mani Tese
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