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venerdì 14 agosto 2020

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Giornata Mondiale del Rifugiato

Intervista a Giulia Laganà, Ufficio Stampa dell’UNHCR

20.06.2008 - Cristina Petrachi



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20 giungo: giornata mondiale del rifugiato. Esistono delle giornate che sono state istituite per attirare l'attenzione su fenomeni che, seppur gravi, vengono sovente messi in disparte e non trattati come invece si dovrebbe. La tematica dei rifugiati è una di queste.
I numeri dei rifugiati in tutto il mondo sono sconvolgenti; quasi 33 milioni di persone sono state costrette a scappare dal proprio paese e a cercare rifugio all'estero. Africa, Medio Oriente, Asia. Ovunque al mondo ci sono persone che fuggono dalle proprie case e cercano riapro altrove, lontano dalla guerra. In questo momento le peggiori crisi umanitarie che coinvolgono persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni e violenze, e di cui è pertanto responsabile l'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sono quelle che vedono coinvolte le popolazioni della Somalia, del Darfur e dell'Iraq.

In Somalia, una situazione di guerra e di violenza generalizzate largamente ignorata dai mezzi di informazione ha costretto 800mila persone - l'80% della popolazione di Mogadiscio - ad abbandonare la capitale dal dicembre del 2006 e ad accamparsi ai bordi delle strade, subendo violenze ed angherie da parte di tutte le forze in campo. A causa di questa situazione migliaia di somali fuggono verso lo Yemen, rischiando la vita su fragili imbarcazioni sovraccariche.
In Darfur, dal 2003, sono morte 300 mila persone. Gli sfollati ed i rifugiati fuggiti nei paesi confinanti sono oltre due milioni, ospitati in immensi campi profughi dove dipendono quasi totalmente dalle agenzie umanitarie per la propria sopravvivenza.

La crisi irachena, che sui media italiani appare ormai solo fugacemente, vede coinvolte 4,7 milioni di persone fuggite dalle persecuzioni etniche o religiose e dalle violenze incessanti. Gli sfollati all'interno dell'Iraq sono ormai 2,7 milioni, mentre oltre due milioni si sono riversati nei paesi confinanti. La Siria e la Giordania, in particolare, che ospitano rispettivamente 1,2-1,4 milioni e 500-600mila rifugiati iracheni, si trovano a far fronte all'afflusso con enormi difficoltà.

Sono numeri agghiaccianti che scorrono dinnanzi agli occhi in modo, però, troppe volte asettico. È difficile pensare che dietro ad ognuno di quei numeri c'è una vita, una storia diversa che non verrà mai raccontata ma che ha il diritto di essere ricordata assieme alle milioni di altre storie simili. In questa giornata Mp ha deciso di fare un'intervista a Giulia Laganà, Ufficio Stampa dell'UNHCR in Italia per capire qual è la situazione dei rifugiati oggi nel mondo e quali sono le prospettive di breve e medio termine.

Dott.sa Laganà, vi preoccupa il vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari in atto? Quali saranno le ricadute sui milioni di rifugiati se non si dovesse far nulla? Cosa prevedete di fare per affrontare tale problema?
L'aumento dei prezzi dei generi alimentari avrà, ovviamente, una serie di ricadute anche per quanto riguarda la fornitura di alimenti ai rifugiati. Bisogna tenere presente, tuttavia, che a monitorare queste tendenze ed a proporre soluzioni sono perlopiù la FAO ed il WFP/PAM (World Food Programme/Programma Alimentare Mondiale). E' sempre il PAM (insieme alle organizzazioni partner), poi, a fornire le razioni alimentari ai rifugiati ed agli sfollati ospitati nei campi profughi dell'UNHCR.

In alcuni paesi la crescita dei prezzi degli alimenti ha già avuto effetti devastanti su chi è in fuga dalle violenze. In Somalia gli sfollati accampati negli insediamenti di fortuna sorti sulla strada tra Mogadiscio e la cittadina di Afgooye hanno manifestato nelle ultime settimane per protestare contro il costo del riso, cresciuto del 30% in appena un mese. In Siria ed in Giordania, dove le centinaia di migliaia di rifugiati iracheni gravano già sui servizi che questi paesi possono offrire, l'aumento dei prezzi del cibo ha fatto salire la tensione nei confronti di chi è fuggito dalle violenze quotidiane in Iraq.

Una domanda più tecnica: a parte le medicine, il cibo e l'acqua che distribuite nei campi profughi dove vengono presi? Nel paese che ospita il campo? Ma in un continente come l'Africa, ad esempio, quanto è gravoso, in termini di scorte alimentari, per uno stato ospitare dei campi profughi?
L'UNHCR opera per far gravare il peso dei campi il meno possibile sui paesi ospitanti, mettendo in atto, ad esempio, programmi di riqualificazione ambientale, la trivellazione di pozzi e progetti pilota di produzione di energia elettrica tramite le fonti rinnovabili. L'Agenzia cerca inoltre di reperire i rifornimenti per i campi profughi in loco in modo da stimolare l'economia locale. Tuttavia, questo non è possibile, ovviamente, per quanto riguarda i medicinali, gli utensili per cucinare e le strutture per gli alloggi come i teli impermeabili e le tende, che vengono immagazzinati nei depositi regionali di emergenza dell'Agenzia e poi distribuiti nei vari paesi dove opera l'UNHCR. Per far fronte agli effetti devastanti del ciclone Nargis in Birmania, ad esempio, l'UNHCR, coinvolta nelle operazioni umanitarie nonostante si sia trattato di una catastrofe naturale, ha inviato nel paese circa 120 tonnellate di materiali per gli alloggi di emergenza.

Qual è stato un grande successo dell'UNHCR e che può essere utilizzato come scuola per affrontare anche le altre crisi?
L'operazione di rimpatrio dei rifugiati afgani dai paesi confinanti ha visto il ritorno a casa di milioni di persone. Dal 2002, anno di inizio delle operazioni di rimpatrio volontario, l'UNHCR ha assistito più di 4 milioni di rifugiati afgani che hanno manifestato l'intenzione di far ritorno dai paesi vicini, di cui più di 3 milioni provenienti dal Pakistan e circa 860mila dall'Iran. Oltre un milione di rifugiati sono invece rimpatriati senza assistenza. L'Agenzia ha inoltre fornito aiuto a mezzo milione di sfollati interni afgani che hanno fatto ritorno ai luoghi d'origine. Il Pakistan ospita ancora poco meno di due milioni di rifugiati afgani, mentre in Iran ve ne sono 900mila. Molti di loro vivono in esilio da più di vent'anni o sono nati nei paesi d'asilo, per cui si prevede che non faranno ritorno in Afghanistan. Nel 2006 e nel 2007, infatti, il ritmo dei rimpatri è diminuito significativamente, stabilizzandosi intorno alle 10mila persone al mese.

L'UNHCR copre i costi materiali del viaggio di ritorno dei rifugiati afgani dall'Iran e dal Pakistan e le loro prime spese in Afghanistan tramite l'erogazione di somme di denaro - in media $100, o poco più di 64 euro, a testa - consegnate al momento dell'arrivo in patria.
L'Agenzia fornisce inoltre assistenza a coloro che hanno scelto di tornare in Afghanistan e che necessitano di aiuto per quanto riguarda l'integrazione ed il reinserimento nelle comunità locali, assistenza che consiste nella fornitura di materiali per la costruzione di case, nella realizzazione e nel miglioramento delle infrastrutture come i servizi idrici e nel monitoraggio delle condizioni di coloro che hanno fatto ritorno. Oltre a coloro che scelgono di rimpatriare in Afghanistan, beneficiano dei progetti dell'UNHCR anche quanti non si sono mai spostati dalle zone d'origine e le centinaia di migliaia di rifugiati già ritornati a casa a partire dal 2002.
L'UNHCR fornisce inoltre assistenza tecnica al governo afgano per quanto concerne il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani e degli ostacoli che si frappongono al rimpatrio dei rifugiati.

 

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