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sabato 04 aprile 2020

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L’attentato a Damasco scuote i rapporti con il Paese dei Cedri

Secondo il governo siriano nel nord del Libano proliferano i gruppi fondamentalisti

06.10.2008 - Rosa Ullucci



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È stato il peggiore incidente terroristico degli ultimi vent’anni in Siria. L’autobomba a Damasco di sabato 27 settembre ha provocato diciassette vittime, diversi feriti e rischia di incrinare l’equilibrio, già precario, dei rapporti tra Siria e Libano. C’è chi rileva, infatti, un’insolita correlazione tra il sanguinoso episodio siriano e l’attentato che, lunedì scorso, si è verificato a Tripoli, centro portuale nel nord del Libano. Rimane ancora un mistero l’identità del kamikaze e la nazione di provenienza del veicolo, caricato con 220 kg di esplosivo e infiltratosi in territorio siriano. Dunque, le autorità hanno scelto la linea della cautela e non si sbilanciano, per ora, in dichiarazioni avventate.
Intanto, però, la televisione di stato ha gestito in maniera fin troppo accurata la copertura dell’attentato, dando visibilità ai superstiti e trasmettendo in diretta i tempestivi funerali delle vittime. Una celerità che non sempre ha caratterizzato i media siriani, ma che, in questo caso, potrebbe servire a fiancheggiare le tesi del governo sulla provenienza esterna dell’attentatore.  Tre sono le possibilità poiché tre sono le nazioni che confinano con la Siria: Giordania, Iraq e Libano.
Tuttavia, trapela prepotentemente la convinzione del governo siriano in merito al pericolo rappresentato dai gruppi integralisti che si sono insediati nel nord del Libano e che, a Tripoli, danno filo da torcere alla truppe governative. Già all’inizio di settembre, il presidente siriano Bashar Al-Asad aveva sottolineato che la situazione nella regione di Tripoli è "fragile, perché alcuni Stati vi sostengono il fondamentalismo”. 
Saad Hariri, leader libanese del Future Movement, ha reagito in maniera indignata alle affermazioni di Al-Asad interpretando le parole del presidente come un pretesto per mettere in atto nuove ingerenze nella politica del Paese dei Cedri. Hariri ha poi denunciato a Beirut il dispiegamento di truppe siriane a ridosso del confine settentrionale del Libano, avvenuto nelle scorse settimane.

Un esperto di Chatham House , Nadim Shehadi, sostiene la possibile estraneità di relazione tra i fatti di Tripoli e quelli di Damasco e sostiene come in Libano vi sia la convinzione diffusa che i terroristi che attraversano la frontiera siano gli stessi inviati a Damasco. Ma  aggiunge anche che “in Siria, sono ansiosi di dimostrare che il Libano non può funzionare senza di loro e che, quando erano in carica, sono riusciti a mantenere un coperchio su tutti questi gruppi terroristici”.

Alla complessità delle relazioni politiche tra i due paesi si sovrappone l’ipotesi della presenza di un terzo attore coinvolto. Il quotidiano siriano Al-Watan, proprio in questi giorni, ha sottolineato l’ambiguo silenzio dell’Arabia Saudita che non ha pronunciato alcuna dichiarazione di condanna dell’attentato di Damasco. Un silenzio che stona nel coro di partecipazione e biasimo espressi dalla comunità araba e internazionale. Un aspetto questo da non sottovalutare dato che, a Tripoli i nemici della Siria sono molto vicini all’Arabia Saudita, paese finanziatore del partito anti-siriano al-Mustaqbal. 

Alcuni analisti sostengono proprio l’esistenza nella regione di paesi del tutto ostili alla stabilizzazione dei rapporti tra Siria e Libano che hanno, quindi, interesse a operare in senso contrario. Avanza sottesa l’ipotesi di complotto che vede, dietro gli attentati, politiche e intenti che vanno ben oltre gli obiettivi degli integralisti islamici. L’autobomba di Damasco ha già inflitto un primo colpo alla fragile struttura delle relazioni tra Libano e Siria. Il presidente Al-Asad sta agendo strategicamente in difesa della sicurezza e dell’interesse nazionale siriano, ma le sue azioni rischiano di scadere in una clamorosa violazione della sovranità libanese.

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