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sabato 04 aprile 2020

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Congo RD: continua la guerra nel Nord Kivu

Il rapporto di Kepel mostra una situazione di stallo nelle trattative tra Kinshasa e Kigali nel raggiungere un’intesa

19.10.2008 - Cristina Petrachi



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Sono ormai più di diec’anni che la Repubblica Democratica del Congo è in un continuo stato di guerra.
Dopo la caduta del dittatore Mobutu, infatti, si sono susseguiti al potere Laurent Desirée Kabila, assassinato nel gennaio 2001, e poi suo figlio, Joseph Kabila, l’attuale presidente del paese. Ma dal lontano 1997, anno della disfatta di Mobutu, ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Si sono susseguite ben due guerre, la prima conclusasi con la vittoria di Laurent Kabila, messo al potere dai paesi vicini, in testa Ruanda e Uganda; la seconda svoltasi, invece, tra l’emancipato Kabila e i suoi ex protettori. Susan Rice, all’epoca Segretaria aggiunta di Stato americana per gli affari africani, la definì la “Prima Guerra Mondiale Africana” e mai definizione fu più appropriata. Un numero impressionante di paesi della regione dei Grandi Laghi, infatti, vi partecipò in modo più o meno formale, tutti uniti dal comun denominatore della sicurezza nazionale, una comoda scusa per nascondere, in realtà, ben altri obiettivi assai meno nobili e legati alle enormi ricchezze naturali dell’ex Congo Belga, “lo Scandalo Geologico”.

È indubbio che la guerra che oggi si combatte nel Nord Kivu, regione situata nell’est dell’immenso paese centrafricano, al confine con il Ruanda, abbia anch’essa delle origini economiche prima che politiche. Si tratta, infatti, di una guerra per il controllo di un ricchissimo territorio e dei traffici che in esso si svolgono, dal coltan, materiale fondamentale per l’industria teconologica, all’oro e ai diamanti.
È quanto messo in luce da una serie innumerevole di rapporti di esperti, commissionati dalle Nazioni Unite, così come da Organizzazioni Non Governative o centri di studio.

In particolar modo, Arthur Kepel, ricercatore presso l’istituto di analisi dei conflitti, ha recentemente affermato che nonostante gli accordi di cessate il fuoco firmati nel corso degli anni, la ripresa delle ostilità nel Nord Kivu è frutto di una guerra intestina tra bande rivali per il controllo delle ricchezze minerali e naturali. A ciò si aggiungono le continue accuse di non controllare le differenti fazioni in lotta, diversamente appoggiate dalle due capitali, Kinshasa e Kigali, che minacciano la sicurezza nazionale dei rispettivi paesi.

In effetti, dopo il genocidio del Ruanda, milioni di Hutu in fuga, tra i quali anche molti dei responsabili del genocidio stesso, sono scappati nella confinante Repubblica Democratica del Congo, costituendo enormi campi profughi difficilmente gestibili dalle organizzazioni umanitarie che vi lavoravano e in parte vi operano tutt’ora, campi poco controllati anche dalle stesse autorità congolesi. Una situazione che ha creato un enorme buco nero di anarchia, una terra di nessuno diventata la base di bande armate, ribelli e signori della guerra che hanno sfruttato questa situazone a proprio vantaggio, destabilizzando la regione con i traffici illeciti di ogni genere, attuati anche grazie alla complicità delle autorità statali, ruandesi e congolesi.

“Le due capitali non sono sincere nel loro riavvicinamento”, è quanto affermato da Kepel. Nessuno dei due paesi, infatti, ha seriemante proceduto a disarmare le numerose bande armate che agiscono per loro conto o con il loro silente beneplacito, impedendone un reale riavvicinamento.
La situazione si è del resto incancrenita. Essendo la posta in gioco, infatti, di tipo economico, difficilmente qualcuno degli attori coinvolti nella partita sarà disposto a sedere al tavolo delle trattative.
La tipologia di rapporti che lega queste bande armate, vero terrore della popolazione civile, e le due capitali, è per molti versi di stampo mafioso, difficilmente provabile, ma chiaramente intuibile. È per questo che sempre Kepel sottolinea che “non ci sono possibilità di passi in avanti”. La regione è in piena anarchia, l’autorità statale non riesce ad imporvi il proprio controllo e la Monuc, la forza multilaterale delle Nazioni Unite, ha perso gran parte della propria autorevolezza, essendo incapace di difendere la popolazione civile dai continui attacchi armati cui è soggetta.
È per questo che nella parte finale del proprio rapporto, Kepel si augura che “la comunità internazionale, soprattutto l’Unione Europea abbandoni l’approccio timido” avuto finora nei confronti di Kinshasa e di Kigali, cominciando invece a pretendere un maggiore impegno nella lotta contro i ribelli e le bande armate, così come ai traffici illeciti che continuano a svolgersi impunemente nella regione a solo profitto dei signori della guerra che da essi traggono forza e ragion d’essere.

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