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martedì 26 maggio 2020

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Ucraina, la democrazia è a rischio

16.04.2007 - Stefano Tretta



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foto di soylentgreen23http://flickr.com/photos/soylentgreen23/

I tempi delle bandiere arancioni sono lontani.
La gente scende di nuovo in piazza, ma l’atmosfera è radicalmente cambiata, perché sono cambiate le contingenze politiche.
La crisi politica, che durava dal marzo 2006, è giunta ad un punto cruciale.
Viktor Yushenko, presidente della Repubblica e leader della coalizione riformista che aveva preso il potere a gennaio 2005, ha emanato l’ ”ukaz”, ovvero il decreto di scioglimento della Rada, il parlamento ucraino, con effetto immediato. La motivazione con cui ha giustificato la scelta risiede nel venir meno degli obblighi costituzionali dei parlamentari, che, secondo la sua versione, hanno violato il mandato elettorale di cui erano stati investiti dal voto dei cittadini. Cerchiamo di capire le ragioni di questo importante gesto, da molti accostato a quello che fece Eltsin nel 1993 nella vecchia Repubblica Russa.
Una volta vinte le elezioni, dopo una serie di polemiche durate mesi, Yushenko aveva formato un governo comandato dagli uomini del suo partito “Nuova Ucraina”, con il quale aveva iniziato una serie di riforme economiche e aperto la strada a una politica estera filo-occidentale e vicina alle posizioni atlantiche. Il malcontento generato dalle difficili condizioni finanziarie in cui continuava a versare il paese, unito alle lotte intestine fra il leader arancione e il suo delfino, Julia Timoschenko, aveva aperto lo spiraglio di una crisi politica, culminata con l’abbandono del partito da parte di quest’ultima e la conseguente perdita della maggioranza numerica del gruppo di Yushenko, che era stato costretto a far svolgere nuove elezioni.
Proprio nel marzo 2006, infatti, il risultato elettorale ha decretato il successo della fazione filo-russa e anti-europeista del conservatore Yanukovich, che ha potuto così costituire un governo completamente opposto alle posizioni che teneva il presidente Yushenko: nasceva, così, una coabitazione politica a cui sono soggetti quegli stati che prevedono una democrazia presidenziale (es. gli Stati Uniti).
Tuttavia, quello che ha fatto precipitare la situazione e ha allarmato non poco Yushneko è stato il cambio di casacca di molti dei suoi uomini, che, eletti nel suo schieramento, avevano appoggiato il governo subito dopo l’insediamento, spinti da tangenti o promesse di posti di potere. Il contesto è diventato ingovernabile quando il numero dei transfughi si è fatto così numeroso che ora Yanukovich gode quasi dell’appoggio di quasi tre quarti della Rada, ossia la soglia fatidica che permette di governare potendo tralasciare i veti presidenziali.
Ora, con le spalle al muro e constatata la perdita di ogni regola sulla scena politica del paese, Yushenko prova il colpo della disperazione: scioglimento e nuove elezioni, convocate per maggio.
Ovviamente, dal canto suo, il governo non ha tardato a definire questo gesto come un tentativo di “quasi colpo di stato” del presidente: non ha riconosciuto il decreto presidenziale, anzi si è rivolto alla Corte Costituzionale per vedere riconosciuto il suo diritto a governare liberamente.
Intanto la gente affolla le piazze, divisa fra i sostenitori delle due fazioni, mentre la patata bollente è nelle mani della Corte, che deciderà in pochi giorni.
Quel che appare chiaro è la difficoltà dell’Ucraina a seguire le orme di democratizzazione che hanno ormai intrapreso alcuni degli stati ex-sovietici, e la sua tendenza alle manifestazioni di piazza e al trasformismo politico, segnali di malcontento della popolazione e corruzione della politica. In questo contesto, non è facile attuare quelle riforme di cui il paese avrebbe bisogno per modernizzare le sue strutture economiche ed uscire dalla crisi finanziaria che angoscia il paese.
Per questo, prima le parti si mettono attorno a un tavolo e riconoscono la difficoltà del momento, prima si eviteranno quei seri contraccolpi, economici e politici, che adesso si delineano all’orizzonte.
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