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lunedì 06 aprile 2020

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Recensione Musica: Negrita - Helldorado

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Titolo: Helldorado
Artista: Negrita
Etichetta: Universal
Anno di uscita: 2008
Genere: Rock
Voto: 7
Catapultati in un mondo caldo, vivace, a ritmo di percussioni e suoni calienti: è così sentire “Helldorado”, ultima fatica discografica degli aretini Negrita. I suoni del settimo cd della band, dopo le 100mila copie vendute da “L’uomo sogna di volare”, si modulano infatti su sonorità varie: a volte ruvide, a volte morbide e accoglienti, a volte vagamente reggae come in “Gioia Infinita” e “Muoviti”, a volte animate dall’apporto dello ska di Roy Paci come in “Soy Taranta”; a volte più accessibili come nella bella “Salvation”, grido spensierato ma lucido da un mondo “dove siamo storia di sdegno e prevaricazione” e a volte scatenate come in “Il ballo decadente”, inno ad un’Italia “in cui puoi morire di tutto, tranne che di noia”. Un album, registrato tra l’Hollywood Garage di Apolona, sala incisioni creata dagli stessi Negrita nel piccolo paese della provincia di Arezzo, e Buenos Aires con cui il gruppo sembra sfidare panorami più ampi ed aprirsi a spinte più internazionali, con un occhio alle tendenze musicali, ai mali e ai malanni di un mondo complesso, variegato, multiplo. Perché lo sguardo sulla realtà si fa a 360 gradi: dentro le canzoni confluiscono così le favelas sudamericane di “Radio Conga”, la Guerra Santa e le bombe del Medio Oriente di “Il libro in una mano, la bomba nell’altra”, i bar le botte e la cachaca di “Ululallaluna”, la “Notte mediterranea” fatta di dialetti e lingue diverse che si accavallano, si incontrano, si fondono. Testi di canzoni ricchi di tanti e diversi apporti linguistici, con parole inglesi, portoghesi e spagnole che si mescolano a divertenti “Ue! Cumpà! Paisà!”, in una comunanza totale tra musica italiana e mondo latino. In testi che però, sebbene l’accusa, la critica e la lucida fotografia, si allontanano da quella vena poetica e intimista dei Negrita della fine degli anni ’90, con il loro “XXX” del 1997 e la meravigliosa “Ho imparato a sognare”; lontani da quel valore poetico, quella introspezione, quella sensibilità. Insomma testi più blandi e una musica sempre meno rock’n’roll ma sempre più sganciata da un qualsiasi tipo di etichette e definizioni. In un solo percorso fatto di 50 minuti continui di musica si respira tutto un viaggio che unisce, con un filo sottile, sogni, realtà e persone in una preziosissima comunanza di esperienze e modi di vivere in cui ogni apporto è importante e decisivo. Così la musica dei Negrita si fonde con la tromba di Roy Paci, il trombone di Giorgio Giovannini, il sax di Guglielmo Pagnozzi, la batteria di Cris Della Pellegrina, le percussioni del brasiliano Itaiata De Sa, i cori degli argentini Bersuit e di Emanuel Yazurlo; il tutto coordinato dalle tastiere di Fabrizio Barbacci, produttore di questo ricco e curato lavoro. Che il pubblico ha subito accolto e celebrato: già disco d’oro, HELLdorado si è piazzato, subito dopo la sua pubblicazione il 31 ottobre scorso, al quinto posto della classifica di vendita Fimi, dove ancora saldamente resiste. Pezzo anticipatore dell’uscita dell’album, nonché traccia tra le più belle e meglio riuscite del lavoro, è “Che rumore fa la felicità?”: verace, vivo, consapevole, pieno di interrogativi ma soprattutto di “serenità e paura, coraggio ed avventura”, voglia di vivere una vita che non può essere fermata e che continua a scorrere nelle vene. In un cd in cui ogni nota è frutto di viaggio, fisico e interiore che sia, in cui ogni contatto diventa musica e ogni esperienza ha il suo suono, ci si chiede allora che rumore abbia la felicità rincorsa nella dorata gabbia moderna di città e luoghi, dove porti, dove conduca? Lontano, vicino, nella calda Buenos Aires o nelle più brune atmosfere mediterranee, la musica descrive un viaggio che passa tra tanti per scoprire se stessi. Un lavoro movimentato e dinamico quanto mai incentrato su loro stessi: perché viaggiare, imparare, fondere e conoscere sono le parole d’ordine di una civiltà senza frontiere che i Negrita dipingono con pennellate musicali nuove, con testi diversi dai precedenti ma con l’entusiasmo vero del walker.

Che rumore fa la felicità?

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