Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


mercoledì 27 maggio 2020

  • MP News
  • Mondo

Money, money, money

Quando la guerra diventa il miglior business di tutti i tempi

01.12.2008 - Cristina Petrachi



I diamanti oggi in Congo

AFRICA. Pochi risultati raggiunti. Continua il contrabbando anche dei "blood diamonds".
Leggi l'articolo

Il Processo di Kimberly

AFRICA. Successii e fallimenti del tentativo internazionale di bloccare il commercio di diamanti insanguinati.  
Leggi l'articolo

La revisione dei contratti minerari con il nuovo Presidente

AFRICA. Una volta eletto, J. Kabila ha promesso di rivedere i contratti minerari firmati durante la guerra. Il...
Leggi l'articolo

Congo: guerra e diamanti nel nuovo millennio

AFRICA. In Congo nonostante la fine della guerra e l'istituzione di un governo provvisorio, il contrabbando di diamanti...
Leggi l'articolo

È una sporca guerra quella che si sta combattendo nella regione orientale dell'immenso paese centrafricano in questi mesi e nessuno ne esce pulito. Sono tutti coinvolti.
Quando si tratta di soldi non ci sono distinzioni di ruolo che tengano. Che si tratti degli uomini del generale ribelle Nkunda o dei soldati dell'esercito nazionale congolese, per non contare gli altri, quelli venuti da fuori, ognuno segue le parole che furono del dittatore Mobutu: "avete le armi, arrangiatevi". 

Nessuno nasconde il fatto che i problemi che la Repubblica Democratica del Congo deve affrontare siano enormi come enorme è lo stesso territorio del paese, ne che i tragici livelli di corruzione siano oramai endemici, ma quello che sta avvenendo è un saccheggio senza precedenti nella storia di nessun paese. 

Global Witness metteva in guardia dal fatto che il diretto coinvolgimento dei gruppi armati e dell'esercito nazionale congolese nelle miniere d'oro e stagno nell'est del paese stava mettendo a rischio gli sforzi di pace. Era il settembre 2008. Poche settimane dopo la fragile tregua faticosamente raggiunta e mai del tutto rispettata si è rotta del tutto. 

Oramai si combatte per se stessi. Non ci sono liriche motivazioni dietro. È lo sfruttamento delle risorse ad essere diventato il fine ultimo della guerra. Si tratta solo di mantenere il controllo sulle aree dove sono presenti alcune delle più ricche miniere di coltan, e non solo, del mondo per evitare che il fruttuoso business della guerra finisca. È sempre la stessa vecchia storia.

Se c'è una miniera sotto il controllo del CNDP (le Congres National pour la defense du peuple) del generale Nkunda, così come dell'esrecito nazionale congolese o del FDLR (Force democratique pour la liberation du Rwanda, in sostanza Hutu rwandesi, fuoriusciti dal piccolo paese confinante all'indomani del genocidio del '94), intorno a questa miniera si crea un macabro indotto che genera un mucchio di quattrini. Si prende il possesso della miniera, no-men's-land, si costringono i civili a lavorarci o gli si estorcono quasi tutti i loro guadagni tranne il minimo necessario alla sopravvivenza, e si impongono anche le tasse sulla zona controllata. Uno stato nello stato. 

Oramai la situazione si è talmente incancrenita che le zone di influenza sono nette e rispettate da tutti. Sempre Global Witness, per bocca del suo presidente Patrick Alley, riporta quanto osservato da alcune fonti attendibili direttamente presenti in loco. I soldati regolari e i ribelli lavorano fianco a fianco, senza interferire nei rispettivi affari. Ognuno ci guadagna a sufficienza per avere molto più interesse a che la guerra continui piuttosto che tentare di arrestarla. Del resto è noto. I migliori affari criminosi si fanno in una "Casino Economy". Nulla di nuovo sotto il sole. 

E non bisogna pensare che i maggiori affari siano fatti solo dai numerosi gruppi armati. L'esercito regolare non si fa lasciare certo indietro in questa corsa al guadagno. Ci sono, però, dei contingenti dell'esercito che si danno da fare più degli altri. E questa è la storia della 85° brigata presente nel Nord Kivu e della "loro" miniera di casserite di Bisie. Un bottino che frutta guadagni con molti "zero" e che, ovviamente, i soldati non sono disposti a lasciare. L'intelligenza vuole che, però, il ragionamento arrivi anche alle sue conseguenze più estreme. C'è da domandarsi, infatti, che se è noto quello che avviene nella miniera di Bisie, allora come mai non si è subito proceduto ad allontanare gli uomini della 85° brigata dal sito minerario? È quanto si chiede Patrick Alley che conclude affermando che, evidentemente, gli stessi comandanti sono coinvolti. 

È per questo, per tutta la situazione ormai difficilmente risolvibile, che Global Witness chiama in causa direttamente gli acquirenti.

Le grandi società, le multinazionali che acquistano quotidianamente il coltan, così come gli altri minerali, non possono continuare a nascondere la testa sotto la sabbia con deboli scuse di non sapere e non conoscere. Le cose si sanno, sempre che le si voglia sapere.

D'altra parte se l'80% del coltan presente al mondo, solo per fare un esempio, si trova in Congo e guarda caso proprio nel Nord Kivu, è mai possibile che una multinazionale non possa anche solo essere sfiorata dal dubbio che forse il coltan da lei acquistato venga proprio da una zona di guerra? È difficile credere che degli intelligenti uomini d'affari, e per stare a quei livelli devi per forza essere intelligente, non riescano a porsi questa semplice domanda. Da qui la richiesta di Patrick Alley alle aziende che commerciano e acquistano questi materiali. Dato che in partenza non si riesce a fermare il traffico e di conseguenza la guerra, c'è la necessità che gli interventi si facciano dall'altro lato della catena commerciale, da quello dei compratori, per lo più occidentali o asiatici e, se si dovesse accertare la provenienza da queste zone, rifiutare di procedere all'acquisto. In questo modo si eliminerebbe la stessa ragion d'essere della guerra. 

Ma quello che si chiede è, probabilmente troppo. Proprio il coltan, oramai, è talmente necessario per tutta l'industria elettronica dei cellulari, i-pod e computers, che aspettarsi il blocco di un tale commercio è purtroppo utopistico. E non c'è neanche da attendersi che i governi delle stesse multinazionali le costringano a rivedere le loro politiche d'acquisto. Andrebbero persi troppi soldi e troppi posti di lavoro. E nessuno lo vuole. Soprattutto se nessuno informa su quali siano i legami tra quello che accade in un lontano paese dell'equatore e gli indotti industriali delle ricche città del nord del mondo. 

La sola prospettiva fattibile sarebbe quella di imporre un embargo su tutti i minerali della regione che coinvolga non solo il Congo ma anche i paesi confinanti. Sarebbe il solo modo per arginare i traffici relativi a tali sostanze. Ma per imporre un tale embargo si dovrebbe avere il consenso della comunità internazionale e, soprattutto, dei paesi che siedono nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, però, sono proprio quelle in cui arriva la maggior parte di questi minerali.

Ognuno recita la sua parte e lo fa bene. Peccato che quelli che ne restano fuori siano anche le sole vittime della partita.

 

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.