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sabato 26 settembre 2020

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La truffa dell'etanolo

Il combustibile della discordia inquina meno?

03.06.2007 - Giuliana Caprioglio



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Lo scorso 12 aprile a Kampala, capitale dell’Uganda, si è scatenata una violenta rivolta della popolazione locale contro gli indiani della compagnia Mehta, la quale ha ottenuto dal governo ugandese la concessione di un appezzamento di terreno pari a settemila ettari di foresta del parco naturale di Mabira. Non solo l’area verrà disboscata e sostituita da uno zuccherificio, ma l’abbattimento della foresta comporterà anche la scomparsa di 312 specie di alberi, 287 di uccelli e 199 di farfalle. Epilogo degli scontri, tre morti, di cui un indiano linciato dalla folla e due ugandesi uccisi dalla polizia.
Andando a fatti meno recenti, a fine marzo il presidente degli Stati Uniti Bush e il suo omologo brasiliano Lula hanno firmato un accordo per favorire la cooperazione energetica tra i due paesi e l’uso del biocombustibile etanolo. Durante la visita a Washington di fine marzo, Lula ha dichiarato che la tecnologia brasiliana nella produzione di etanolo è la più avanzata del mondo; se poi sostenuta dai capitali dei paesi ricchi (ad esempio gli Stati Uniti) può alimentare la coltivazione nei paesi poveri dell’America Latina e dell’Africa di canna da zucchero e di altri prodotti da cui si ricavano i biocombustibili, che infine verrebbero rivenduti ai paesi industrializzati. Questa catena di produzione dovrebbe, secondo Lula, creare lavoro e ricchezza nei paesi in via di sviluppo.
I fatti di Kampala e gli incontri tra Lula e Bush, apparentemente hanno poco in comune, ma secondo fonti non ufficiali, lo zuccherificio che si vuole costruire in Uganda servirebbe proprio a produrre il famigerato etanolo.

Stati Uniti e Unione Europea sono molto interessati alla produzione di biocombustibili ottenuti da coltivazioni vegetali; l’Unione Europea ha messo a punto un programma denominato ‘Partners for Africa’ per incoraggiare i paesi africani a produrre biocombustibili da esportare in Europa. L’industria delle biotecnologie, da parte sua, è determinata a sfruttare a proprio vantaggio questa nuova visione dell’agricoltura africana. La Syngenta, ha sviluppato una varietà di mais geneticamente mutato contenente un enzima in grado di accelerare la trasformazione in etanolo.
L’etanolo che viene spacciato come carburante “bio”, è stato giustamente definito un petrolio mascherato, gli effetti della cui produzione potrebbero essere altamente negativi, tanto che un folto gruppo di scienziati mondiali ha chiesto che l’Unione Europea rinunci all’uso di biocarburanti in Europa. Le argomentazioni degli oppositori dell’etanolo sono, volendole riassumere, le seguenti:
la UE sostiene che le colture destinate ai biocarburanti per l’importazione in Europa sono per i paesi in via di sviluppo un’opportunità che favorirà le loro economie, ma da tempo è stato provato che le monocolture per biocarburanti (come tutte le monocolture in generale) di palma, soya, canna da zucchero e mais conducono alla distruzione della biodiversità, minano la sicurezza alimentare della popolazione locale, hanno impatto dannoso su acque, suolo e clima: infatti oltre ad assorbire Co2, la foresta protegge il suolo dai raggi solari che lo inaridirebbero e dalla pioggia che lo dilaverebbe, invece le coltivazioni richiedono una abbondante irrigazione, la deforestazione causa variazioni climatiche e conseguente diffusione della malaria. Inoltre dagli studi effettuati è risultato che il guadagno energetico dell’etanolo è modestissimo se non addirittura in perdita; l’energia eolica e quella solare accompagnate dalla riduzione dei consumi energetici sono più efficienti che l’uso dei biocombustibili.
Si ridurrebbe quindi la superficie di terra destinata alla produzione alimentare, provocando penuria di cibo. La domanda USA di biocarburante dal mais ha già aggravato l’attuale deficit mondiale di grani facendo crescere il prezzo del mais. Inoltre la FAO ha registrato che nel 2006 è stato raggiunto il minimo storico delle scorte disponibili di grani.

Infine l’espansione di queste grandi monoculture comporta la reiterazione di abusi ai diritti umani già riscontrati nelle coltivazioni dei paesi poveri. Schiavitù, condizioni lavorative disumane, stipendi bassi, conflitti per la terra, sommosse popolari e tumulti per fame, crisi sanitarie dovute all’uso di agrochimici e alla deforestazione sono le più realistiche conseguenze, che andrebbero ad aggravare l’instabilità politica di molti paesi.
Proprio questa settimana si è svolto l’importante summit energetico di Isla Margherita (Venezuela) cui hanno partecipato dieci dei dodici capi di stato dei paesi latinoamericani. L’occasione ha messo in luce le diverse posizioni di Lula e Chavez riguardo alla produzione di etanolo. Lula ha ribadito i vantaggi economici che la popolazione brasiliana potrebbe trarre dall’aumento della produzione di etanolo e ha assicurato che verranno utilizzate zone già disboscate della Foresta Amazzonica. Tuttavia in Brasile la “caccia” alla terra da parte di imprese nazionali e straniere è già iniziata, con il rischio di compromettere gli obbiettivi della riforma agraria del governo Lula. Da parte sua Chavez ha prima criticato le scelte di Lula, ma poi ha dichiarato che il Venezuela potrebbe aumentare la produzione di etanolo ricavato dalla canna da zucchero per mettere il paese in condizione di essere autosufficiente tra cinque anni.

In futuro i cittadini dei paesi ricchi potrebbero sentirsi pienamente soddisfatti al volante delle proprie auto, illudendosi di aver armonicamente conciliato il progresso con l’ecologia, ma ignorerebbero di aver creato invece il disastro umanitario più grave della storia.

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