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sabato 29 febbraio 2020

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Un’Opec allargata?

La crisi economica fa scendere il prezzo del petrolio e il cartello dei paesi produttori di greggio cerca il sostegno di altri partner, Russia in primis

21.12.2008 - Luca Paccusse



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La recessione mondiale travolge anche i paesi produttori di petrolio, dato che la compressione della domanda di greggio ha visto scendere il prezzo del barile dal record di 140 dollari nel mese di luglio ai 40 attuali. Nel vertice tenutosi il 17 dicembre ad Orano, in Algeria, l'Opec ha deciso così di tagliare la produzione di petrolio di 2,2 milioni di barili al giorno, a partire dal primo gennaio 2009 (il 7% della produzione del cartello, che a oggi ammonta a 27,3 milioni di barili), riducendo in questo modo la produzione di 4,2 milioni di barili dallo scorso settembre. Un taglio che però non ha ancora avuto gli effetti sperati visto che i prezzi hanno continuato a scendere.

 

Tempi di crisi per l'oro nero

Eppure era ieri che il prezzo del petrolio si registrava in costante e tumultuosa ascesa e i produttori si sfregavano le mani grazie alle cospicue entrate derivante dalle loro risorse energetiche. Poi è arrivata la crisi economica, che insieme a Wall Street ha investito anche il mercato petrolifero. L'Opec è dovuta correre ai ripari, ma questa volta ha chiesto un sostegno maggiore da parte anche di questi paesi che non ne fanno parte, ma che rientrano comunque nel mercato petrolifero per la loro importante capacità produttiva, chiedendo un taglio di 600mila barili.

L'Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries) riunisce i paesi produttori di petrolio, che nel 1960 si associarono per formare un cartello economico che fosse in grado di negoziare da un punto di forza con le compagnie petrolifere riguardo ai prezzi e alle modalità di produzione del greggio. A farne parte sono attualmente Algeria, Angola, Arabia Saudita, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Venezuela. Altri grandi paesi produttori di petrolio ne sono rimasti fuori: Stati Uniti, Canada, Messico, Kazakistan, Oman, Russia e Norvegia.

Proprio a tre di questi paesi (Russia, Messico e Norvegia), poche settimane fa, si è rivolto il ministro algerino dell'energia e presidente dell'Opec, Chakib Khelil augurandosi una loro entrata nell'Opec o una riduzione della loro produzione "per solidarietà" nei confronti dell'organizzazione. Khalil ha poi precisato che l'Opec "non ha bisogno di accordi con paesi che hanno gli stessi obiettivi. Se questi paesi hanno problemi ad entrare nel cartello non devono far altro che applicare la loro intenzione di ridurre la produzione". Per capire l'importanza che ricoprirebbero questi paesi, basta dire che con l'ingresso della sola Russia, ad esempio, l'Opec avrebbe un potere contrattuale non indifferente: raggiungerebbe il 53% dell'estrazione mondiale di petrolio.

 

Strategie russe

La Russia fino ad ora si è sempre rifiutata di aderire all'Opec per evitare di piegarsi al sistema delle quote, visto che starne fuori consentirebbe di beneficiare dei tagli alla produzione altrui senza ridurre la propria capacità. Ma il crollo del prezzo del greggio non ha risparmiato Mosca. Con l'attuale prezzo del petrolio, Gazprom sta sbendo delle perdite che riducono la sua capacità di proporsi come alternative alle multinazionali occidentali. Inoltre la contrazione degli investimenti internazionali sta colpendo duramente la Russia che non ha sviluppato negli anni scorsi una propria base industriale in settori non strettamente legati all'energia, indebolendo quindi la base economica della sua politica di potenza. A questi due effetti contingenti possiamo aggiungere anche le complicazioni nell'ambito di alcuni progetti voluti da Mosca per sviluppare ulteriormente il settore energetico: il calo del prezzo del petrolio, infatti, minaccia i progetti di sfruttamento delle risorse petrolifere dell'Artico che sono molto costosi. Secondo alcune analisi, con gli attuali costi solo l´1% del petrolio nascosto sotto la piattaforma artica rivendicata dalla Russia sarebbe redditizio. La crisi e l'abbassamento dei prezzi dei prodotti energetici farebbe sfumare così un potenziale di 13,8 miliardi di tonnellate di petrolio e 79.100 miliardi di metri cubi di gas (il 71% delle riserve di petrolio e l´88% di quelle di gas di tutta l'immensa piattaforma marittima russa).

 

Comunione di intenti

La situazione internazionale sta spingendo quindi Putin e Medvedv ad un cambio di rotta. Il presidente russo ha detto recentemente: "Dobbiamo difendere i nostri interessi. Si tratta delle nostre fonti di reddito che si basano su petrolio e gas: queste misure di protezione possono combinare una riduzione dei volumi di produzione, una partecipazione alle organizzazioni esistenti dei produttori, così come una partecipazione a nuove organizzazioni". Una volontà di collaborare, se non addirittura di entrare nell'organizzazione dei paesi produttori di petrolio, che è stata riconfermata in occasione dell'ultimo meeting dell'Opec che vedeva anche la Russia tra gli ospiti. Il vice premier, Igor Sechin, a capo della delegazione inviata da Mosca, ha spiegato che "le forme di cooperazione potrebbero essere diverse, dallo status di osservatore al diventare membro a tutti gli effetti, così come a un lavoro congiunto sui cambi, alla creazione di nuovi indici o, eventualmente, alla creazione di una banca del petrolio, che dovrebbe assicurare l'affidabilità dei pagamenti". Sempre il vice premier russo infatti, ha sostenuto il piano di riduzione delle quote per supportare il mercato petrolifero e le quotazioni del barile, facendo intendere che ci potrebbero essere dei tagli maggiori alla produzione petrolifera russa rispetto ai 350 mila barili al giorno deciso a novembre, arrivando a ridurre l'export fino a 320 mila barili, se i prezzi dovessero restare così bassi.

Insomma, nel quadro della crisi globale, gli intenti della Russia e degli altri paesi esportatori di petrolio sono naturalmente mossi dalle stesse strategie e questo aspetto si ricollega anche al mercato del gas. Non a caso, alcuni mesi fa, proprio Mosca ha proposto la creazione di una sorta di "Opec del gas", che ha già mosso i suoi primi passi con l'assenso di Iran e Qatar. L'unione fa la forza, soprattutto nelle difficoltà e per una  Russia che vuole contare sempre di più è necessario munirsi di tutti i mezzi possibili per aumentare la propria influenza a livello internazionale.

 

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