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martedì 31 marzo 2020

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Suliman Hamed lancia un appello per i bambini del Darfur: a sei anni dall’inizio del conflitto nulla è cambiato

Il rifugiato sudanese è intervenuto alla presentazione del nuovo rapporto 2008 di Italians for Darfur nella sala della Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

08.03.2009 - Mauro Annarumma



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Delle sue battaglie in Darfur conserva ancora lo sguardo fiero Suliman Hamed, il rifugiato sudanese rappresentante della comunità zaghawa del Darfur in Italia. Ha lasciato la sua terra per raggiungere l'Europa, attraverso il Ciad e la Libia, in cerca di un futuro che non conoscesse violenze e fame, per sé e per la sua famiglia, ma il suo proposito si è avverato solo in parte, non essendo riuscito ad abbracciare ancora i suoi cari, profughi in Ciad. Dal giorno del suo arrivo in Italia continua, tuttavia, a portare avanti il suo sogno di rivedere finalmente la pace nelle  immense lande della sua terra.

"E' stato fatto ancora troppo poco per i bambini del Darfur" denuncia Suliman Hamed "negli anni si sono succedute commissioni, visite diplomatiche, inchieste, ma ancora non sono state prese misure concrete per porre fine a questa carneficina".

Sembra guardare oltre il microfono, oltre la stanza e il mare che lo separa dalla sua terra, mentre risponde alle domande dei giornalisti accorsi alla presentazione del nuovo rapporto 2008 di Italians for Darfur. Il rifugiato sudanese continua: "Servono uomini in Darfur, servono militari che garantiscano la pace e il rispetto dei civili. Mia figlia è morta sotto le bombe dell'aviazione sudanese, nel nostro villaggio. Tante altre figlie del Darfur continuano a morire mentre ne parliamo."

Mentre si accende il dibattito sulla necessità di allargare il fronte della lotta al terrorismo al Pakistan, quello del Darfur rimane un conflitto dimenticato (cui si è dato risalto solo di recente per il mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del Presidente sudanese Bashir, ndr) che continua a mietere vittime, soprattutto tra i bambini: acqua, cibo, medicine non raggiungono la gran parte dei villaggi e dei campi profughi nei quali sono ammassate decine, centinaia di migliaia di darfuriani in fuga dalla guerra.

Nonostante nella regione si concentrino la maggior parte degli sforzi delle organizzazioni umanitarie non governative, le condizioni si fanno sempre più critiche, a riprova che al di là di un aiuto umanitario in senso stretto occorre porre fine subito alla spirale di violenza che investe il Darfur da sei anni.

La missione delle Nazioni Unite stenta però a decollare. Con oltre un anno di ritardo, il contingente che sarebbe dovuto essere di almeno 26.000 unità ne conta ora poco più di 10.000, con gravi carenze logistiche e finanziarie che aggravano il già difficile compito degli operatori presenti nell'area. L'Italia, che nell'ultimo decreto di proroga delle missioni internazionali ha sancito la propria disponibilità a fornire due velivoli da trasporto per la missione congiunta ONU-UA (UNAMID), è uno dei pochi Paesi occidentali ad aver accolto l'appello delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani in Darfur.

Suliman Hamed ascolta riservato, dall'angolo della sua postazione nel palco della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, le parole che ancora denunciano quanto accade nella sua terra. E quando arriva il suo turno, parla al microfono ma guarda oltre il mare. C'è ancora tanto, troppo da fare per i figli del Darfur.

 

Mauro Annarumma è Vice-Presidente di Italians for Darfur

 

 

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