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lunedì 25 maggio 2020

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Arabia Saudita, il regno dell’oro nero

Le amicizie scomode di Washington / 2

01.09.2008 - Luca Paccusse



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L'Arabia Saudita è uno dei paesi-chiave del sistema di alleanze mediorientale degli Stati Uniti. Governata dalla monarchia degli Al Saud, è il primo paese al mondo per riserve di petrolio, ed è uno dei più influenti stati arabi dal punto di vista politico, economico e religioso. Per parlare della Arabia Saudita di oggi bisogna conoscere due tappe fondamentali della costituzione di questo paese.

La prima è la conquista di Riyad e di gran parte della penisola arabica da parte del re Abd al-Azīz Āl Saūd tra il 1913 e il 1926. Una conquista che aveva potuto concretizzarsi grazie soprattutto all'appoggio britannico durante la Prima guerra mondiale, al tempo della Rivolta araba contro l'Impero Ottomano. Nel 1927 Abd al-Azīz Āl Saūd assunse il titolo di re di Ḥijāz e Najd e la Gran Bretagna riconobbe l'indipendenza del paese. Nel 1932 queste due regioni furono unificate prendendo il nome di Regno dell'Arabia Saudita.

La seconda tappa fondamentale, per certi versi anche più importante della prima, è la scoperta del petrolio. Le ricerche erano cominciate nel 1932, con la compagnia americana Socal che aveva ottenuto le prime concessioni. Nel marzo del 1938 la svolta. Sull'altura del Jabal-Dhahran, il foro di trivellazione "Dammam n.7", poi rinominato "Lucky Number 7", raggiunse il petrolio a 1440 metri di profondità. Venne quindi fondata una compagnia petrolifera, la Arammo, che nel dopoguerra sarebbe divenuta un colosso industriale. Di essa facevano parte vari gruppi statunitensi: la Socal e la Texaco (oggi Chevron-Texaco), la Esso e la Socony Vacuum (entrambe fuse oggi in ExxonMobil). Da quel momento l'Arabia non fu più un deserto di cammelli e beduini, ma una terra ricca di oro nero. Che faceva gola alle nazioni occidentali.

 Nel 1945, prima ancora che finisse la Seconda guerra mondiale, il presidente americano Franklin D. Roosevelt si incontrò con il re Ibn Saud a bordo dell'incrociatore USS Quincy, ancorato nel Canale di Suez. I due parlarono di affari: l'accordo concluso prevedeva infatti forniture di petrolio e gas agli Stati Uniti in cambio di sicurezza militare per il Regno saudita. Da allora l'Arabia Saudita è assurta ad alleato privilegiato degli americani nel mondo arabo. Una sicurezza per la ricerca della stabilità della regione mediorientale e per le riserve petrolifere, con la breve ma significativa parentesi della crisi del '73. Un rapporto che si è tradotto anche in termini militari, con la concessione da parte di Riyad delle basi aeree agli Usa durante la Guerra del Golfo del 1991.

Grazie a queste intese con gli Stati Uniti la dinastia dei Saud ha potuto governare tranquillamente l'Arabia Saudita, senza preoccuparsi di promuovere la democrazia politica e la tolleranza religiosa al suo interno. Senza rendere conto a nessuno dei soldi ottenuti coi proventi del petrolio e spesi nello sfarzo dei palazzi di Riyad o di quelli tenuti gelosamente nei caveau di qualche banca svizzera. Senza curarsi troppo del benessere e del progresso della popolazione. O meglio, facendolo a proprio modo, disegnando il paese secondo le leggi wahhabite, finanziando scuole, moschee e centri culturali di orientamento fondamentalista, e appoggiando movimenti politici che si rifanno, come i Fratelli musulmani, al Wahabismo. Del resto, i Sauditi erano stati da sempre in prima linea nel finanziamento internazionale della causa islamica: furono loro a contribuire massimamente alla lotta dei mujahidin in Afghanistan dopo l'invasione del paese da parte dei sovietici, e sempre Riyad finanziò la grande moschea di Islamabad e contribuì all'espansione del fondamentalismo islamico in Pakistan.

In diversi modi la storia recente dell'Arabia Saudita è legata al terrorismo jihadista. Quindici dei diciannove terroristi che hanno partecipato agli attentati dell'11 settembre 2001 erano sauditi; nell'ultimo decennio Riyad ha elargito la bellezza di 500 milioni di dollari a gruppi terroristici islamici; fino a qualche minuto prima del crollo delle Twin Towers, componenti della famiglia Bin Laden hanno fatto affari con la Carlayle Group, società di cui erano azionisti anche i Bush, e nei giorni successivi agli attacchi terroristici di New York e Washington, l'Arabia Saudita ha provveduto all'evacuazione urgente dagli Stati Uniti di 24 membri della famiglia allargata di Osama Bin Laden. Tutti elementi che hanno portato l'ex agente della Cia Robert Baer a intitolare "Sleeping with the Devil" un suo libro di memorie sulle pericolose relazioni esistenti tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
Non è che tutti i soldi ricavati dal petrolio vengano usati dalla famiglia reale per finanziare scuole islamiche o per pagarsi qualche bella serata a Las Vegas o a Montecarlo. Il petrolio ha trasformato l'Arabia Saudita sotto molti altri aspetti, trainando in primo luogo una considerevole crescita industriale. Secondo recenti analisi, questo è uno degli elementi che potrebbe anche portare ad un cambio di rotta di Riyad nelle sue strategie internazionali.
Dopo l'11 settembre 2001, infatti, i rapporti con Washigthon sono rimasti comunque buoni, ma si sono un po' incrinati, se non altro perché sono venute alla luce parecchi aspetti che hanno portato la Casa Bianca a cercarsi un altro avamposto in Medio Oriente (l'Iraq), in cui stabilire la propria presenza militare e dal quale impostare una futura politica petrolifera più congeniale ai propri interessi. Dal canto loro i Sauditi hanno preso a guardare sempre più all'Estremo Oriente, in primis a Cina e a Giappone, quale forza economica alternativa per i propri movimenti commerciali. Questo nuovo paradigma si fonda sul presupposto che il dominio del mondo proverrà non tanto dalla supremazia militare statunitense, bensì da quella economica dell'Estremo Oriente, con cui l'Arabia Saudita si sta ritagliando una posizione preminente.

Forse queste opposte strategie porteranno in futuro ad un cambio di alleanze o ad un allentamento dei rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una cosa è certa, però: finché l'Iraq non tornerà a produrre petrolio in quantità necessaria, il serbatoio privilegiato degli Stati Uniti resterà ancora Riyad.

 

 

 

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