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domenica 05 aprile 2020

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Come con l’1% del Pil mondiale ti tingo di verde l’economia

Il Programma dell’Onu sull’Ambiente stima che con un investimento di 750 miliardi di dollari si possa dar luogo ad un nuovo New Deal, questa volta verde e mondiale.

22.03.2009 - Cristina Petrachi



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Una rivoluzione industriale verde con 750 miliardi di dollari. È questa la stima fatta dal Programma delle Nazioni Unite sull'ambiente (UNEP) nel rapporto presentato ad inizio marzo, stilato attraverso la collaborazione con le più importanti istituzioni internazionali, dal Fondo Monetario Internazionale all'Organizzazione Internazionale per il Lavoro, passando per le diverse organizzazioni regionali e i centri di studio internazionali sui cambiamenti climatici.
Servirebbe l'1% del Pil globale per finanziare un nuovo New Deal, questa volta verde e mondiale, che aiuterebbe l'economia globale ad uscire dalla crisi in cui è precipitata, dando anche una mano alla lotta contro i cambiamenti climatici. Anzi potrebbe essere proprio la ricerca di ricette anti-crisi a promuovere questa rivoluzione ecologista dell'economia mondiale, permettendo la creazione di nuovi posti di lavoro a bassissimo impatto ambientale.

Sono tre gli obiettivi che con questa nuova rivoluzione verde si potrebbero raggiungere. Innanzitutto nel breve periodo un simile investimento, da effettuare nell'arco di del biennio 2009-2010, aiuterebbe la ripresa dell'economia salvando molti posti di lavoro e contribuendo a crearne degli altri. Nel medio termine, poi, si promuoverebbe una crescita sostenibile e inclusiva anche per i paesi in via di sviluppo, ma anche una riduzione sempre maggiore della dipendenza dell'economia globale dai combustibili fossili, fino ad oggi il vero motore dell'industria e della crescita economica del mondo.

Ovviamente una tale rivoluzione verde dovrebbe essere portata avanti agendo su più piani, interno e internazionale, contemporaneamente e in modo sinergico.

Le azioni a livello interno
A livello interno ciascun governo, con le dovute differenze a seconda che si tratti di un paese già industrializzato o in via di sviluppo, dovrebbe erogare incentivi, specie fiscali, tali da premiare gli investimenti rivolti alla nuova frontiera ecologica dell'industria relativa al business sempre più florido delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica.
In parole povere, favorire la ristrutturazione degli edifici in modo da risparmiare energia piuttosto che costruire nuove centrali (anche nucleari), oppure favorire gli investimenti nelle grandi opere incentivando il trasporto su rotaie piuttosto che quello su gomma (praticamente, riferito all'Italia, risolvere ad esempio, l'imbarazzante situazione della rete ferroviaria nostrana ancora caratterizzata, in molte parti del meridione, dalla presenza del binario unico piuttosto che spendere soldi per costruire il ponte sullo stretto). I paesi in via di sviluppo, poi, dovrebbero focalizzare l'attenzione sugli investimenti relativi all'utilizzo e alla diffusione di una rete di acquedotti, ad esempio, che garantisca la fruizione di acqua pulita e potabile ad un sempre maggior numero di cittadini risparmiando, così facendo, su tutta una serie di costi relativi alle epidemie causate dall'acqua non potabile, alle guerre derivanti dalla lotta per l'appropriazione delle risorse idriche nonché guadagnando dalla maggiore e migliore coltivazione delle terre disponibili, e instaurando quindi un ciclo economico virtuoso.

Le azioni a livello internazionale
Anche a livello internazionale si dovrebbero prendere decisioni volte a contrastare i cambiamenti climatici favorendo una nuova rivoluzione verde.
Si è calcolato, ad esempio, che il 14% della popolazione mondiale e circa il 21% di quella urbana vive in zone potenzialmente pericolose a causa dell'innalzamento del livello del mare. Si tratta di centinaia di milioni di potenziali profughi ambientali, un possibile spostamento di popolazione mai registrato, con delle conseguenze economiche, politiche e geopolitiche difficilmente immaginabili. L'equilibrio mondiale, così come lo conosciamo noi, verrebbe velocemente distrutto. Le guerre per la ridefinizione degli spazi e per il controllo delle risorse idriche aumenterebbero e un'anticipazione di quanto potrebbe avvenire a livello globale la si può già avere guardando ai molti conflitti causati dalla competizione per accedere all'acqua potabile in molte zone dell'Africa, ad esempio.

A ciò si aggiungono anche i problemi relativi alla potenziale, e sempre più probabile, perdita della biodiversità e dell'ecosistema, un patrimonio dal valore inestimabile e difficilmente riproducibile, che sta anche alla base della produttività agricola di centinaia di milioni di agricoltori sparsi per il mondo. Una crisi alimentare che, già presente oggi soprattutto nelle zone più povere del pianeta, potrebbe aggravarsi ulteriormente e coinvolgere un numero sempre maggiore di persone.
Un denominatore comune alle diverse latitudini del pianeta - la cattiva allocazione del capitale - caratterizza il ritardo globale nella sostenibilità delle attività umane. "Nelle ultime due decadi", si legge nel rapporto, "molto del capitale è stato investito nella proprietà, nei combustibili fossili (...), ma relativamente poco è stato investito nell'energia rinnovabile, nell'efficienza energetica, nei trasporti pubblici, nell'agricoltura sostenibile e nella conservazione della terra e dell'acqua".

Prospettive future
L'attuale crisi sembrerebbe aver fatto emergere, in diverse parti del mondo, delle energie positive intenzionate a creare un nuovo assetto globale. Restano molti dubbi, però, su come sarà lo scenario politico ed economico una volta passata la crisi. Per sapere se la rivoluzione verde si sarà imposta e l'assetto economico ed energetico mondiale si sarà tinto di verde bisognerà aspettare ancora un 'po. Quello che è sicuro, però, è che il momento attuale, a causa dell'estrema fragilità del sistema, è destinato ad incidere a lungo sui futuri assetti interni ed internazionali. Lasciarsi scappare la possibilità di ridipingere l'economia globale più di verde sarebbe una grave perdita che le prossime generazioni potrebbero pagare a lungo.

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