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venerdì 17 gennaio 2020

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Gli errori della guerra al terrore e la questione afgana

Obama definisce una nuova strategia per l’Afghanistan, ma è in Pakistan la nuova frontiera della lotta contro al-Qaeda

29.03.2009 - Rosa Ullucci



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La minaccia di al-Qaeda è ancora forte, la guerra al terrore ancora tutta da combattere. "War on terror" è un'espressione che Obama non usa di buon grado, a differenza del suo predecessore; tuttavia, l'annientamento di al-Qaeda rimane uno dei principali obiettivi della politica estera americana. Gli Stati Uniti non possono e non devono abbassare la guardia, ma è tempo di cambiare strategia: questo è il pensiero di Obama e il principio fondante della nuova politica degli Usa in Afghanistan. È necessario ripensare l'intervento militare nella regione, ma non solo; per Obama, occorre definire un approccio globale che rilanci l'economia, rafforzi le istituzioni e renda possibile l'indicazione di un termine per il ritiro delle truppe statunitensi, come è avvenuto in Iraq.

Dal 2001, il conflitto afgano è diventato il simbolo e lo strumento principale della lotta al terrorismo internazionale, assorbendo sforzi enormi e ingenti risorse, senza produrre grandi risultati. Oggi, la forza Nato non sta vincendo la guerra contro i talebani in Afghanistan e, per ora, nemmeno quella contro al-Qaeda, a livello globale. Secondo Gilles Dorronsoro, uno studioso del Carnegie Endowment  for International Peace esperto di Afghanistan, sono varie le ragioni che motivano questo fallimento.  

In Afghanistan, il numero dei soldati è cresciuto, negli anni, da 20,000 a quasi 100,000 unità - se consideriamo l'invio di altri 17,000 militari, recentemente approvato dal presidente Obama - ma è mancata l'ideazione di una nuova strategia, un efficace dispiegamento delle forze sul campo, che fosse in grado di contrastare l'egemonia talebana sul territorio e di spezzare le rotte di approvvigionamento delle milizie islamiche con il Pakistan.  La questione è dove inviare le truppe e non tanto quante truppe inviare. Inoltre, la guerra ai talebani ha sottratto energie e attenzione alla lotta ad al-Qaeda. È vero che i talebani danno asilo ai membri dell'organizzazione terroristica, ma restano due soggetti distinti. Al-Qaeda è il vero nemico e non si trova soltanto in Afghanistan. Dorronsoro sostiene che il conflitto afgano non ha favorito, in alcun modo, la sconfitta di al-Qaeda ma, al contrario, ha rafforzato lo spirito del jihad nell'area, contribuendo alla sua diffusione anche in Pakistan. I talebani sono una forza combattente locale, mentre al-Qaeda non ha confini, né tracciabilità.

La soluzione di Dorronsoro si avvicina molto alla nuova strategia di Obama per l'Afghanistan: rafforzare il governo di Kabul e renderlo indipendente, così da poter ritirare le forze americane e concentrare nuove energie nella cooperazione con il governo pakistano contro al-Qaeda. Ma per il momento, l'Afghanistan ha la priorità.

I talebani sono alle porte di Kabul: a soli 60 chilometri dalla capitale afgana si estende il regno delle milizie guidate dal mullah Omar. Il governo di Karzai è debole, poco rappresentativo e corrotto. Una notizia, riportata dal quotidiano inglese The Guardian, ha anticipato l'intenzione degli Stati Uniti di introdurre modifiche nel sistema di governo afgano, affiancando alla presidenza di Karzai la figura di un primo ministro. Tale decisione sollecita il processo di delegittimazione del presidente afgano, ritenuto da molti privo di carisma e incapace di contrastare la corruzione dilagante nel governo. Per ora, non esistono candidati alternativi alla leadership di Karzai, ma è evidente che si sta cercando di diluirne il potere. Accanto a questa misura, gli Stati Uniti sperano anche di istituire una divisione di competenze tra l'amministrazione centrale e quella locale, per incanalare le risorse finanziarie dalla capitale verso le province, ponendo fine alla dispersione di denaro nei palazzi del potere.

La proposta americana è sostenuta dagli alleati europei che vedono nell'elezione di un primo ministro una garanzia e una figura più affidabile sia per le istituzioni europee che per il popolo afgano. Non si nasconde nell'ingerenza statunitense il rischio di una violazione della sovranità afgana e, del resto, Karzai non può far altro che manifestare il suo dissenso: "l'Afghanistan non sarà mai uno stato fantoccio".

 

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