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domenica 05 aprile 2020

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Un nuovo biocombustibile: le bucce di banana

Ricercatori dell’Università di Nottingham hanno inventato un modo per ottenere del biocombustibile dagli scarti delle banane. Un metodo potenzialmente rivoluzionario che però contiene anche dei pericoli.

11.05.2009 - Cristina Petrachi



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La massiccia deforestazione è un problema globale che però attanaglia soprattutto i paesi poveri e in via di sviluppo, portati dalla necessità economica a svendere a poco il proprio patrimonio forestale. Succede nel Sud-est asiatico, succede in America Latina, succede in Africa. Gli alberi si tagliano, è vero, per il legname prezioso e per ampliare i terreni coltivabili, ma anche per ottenere combustibile a poco prezzo rispetto alle importazioni di gas che costano troppo.

Se, come nella regione dei Grandi Laghi il legno pregiato è diventato un business al pari dei metalli preziosi o del coltan e succede che paesi come la Repubblica Democratica del Congo stiano letteralmente distruggendo le proprie foreste con danni irreversibili sia per le generazioni future che per la popolazione attuale, è anche vero, però, che molti dei tagli vengono effettuati proprio da una popolazione in costante aumento che necessita sempre più di combustibili per cucinare e scaldarsi.

Per quel che riguarda il mercato del legno, una sua regolamentazione dovrebbe avvenire sia sul piano nazionale che internazionale coinvolgendo tutti i soggetti coinvolti, dai produttori allo stato passando necessariamente per le grandi aziende che commerciano questo tipo di bene. Si tratta di un processo lungo e ostacolato dagli ingenti interessi in gioco.

Per quel che riguarda, invece, il taglio delle foreste per ottenervi combustibili, una risposta praticabile sembra essere arrivata dall'Università di Nottingham dove un gruppo di ricercatori ha sviluppato un metodo facile e poco costoso per creare combustibile dalle bucce di banana.

Sembrerebbe quasi una barzelletta se non fosse che una simile tecnologia, volutamente a basso costo per poter essere utilizzata nei paesi poveri, è concretamente realizzabile.

In un paese come il Ruanda ad esempio, in cui la produzione di banane è tra le attività più importanti dello stato, aggirandosi attorno alle due milioni di tonnellate annue, e dove il frutto è uno degli alimenti base della dieta ruandese, le conseguenze dell'impiego di un simile biocarburante possono fare la differenza.

Si risolverebbero parzialmente, infatti, da una parte i problemi derivanti dalla povertà che impedisce l'importazione di un combustibile come il gas, e dall'altra il riciclaggio delle tonnellate di scarti alimentari che attualmente marciscono ai margini delle strade.

La crisi energetica è un problema globale che riguarda, quindi, non solo i ricchi paesi occidentali o le nuove potenze come India e Cina affamate di risorse. La fame di energia riguarda tutto il mondo e in modo drammatico i paesi poveri costretti a languire in una cronica situazione di sottosviluppo anche a causa del mancato accesso al mercato dell'energia.

Allora la grande famiglia dei biocombustibili, diversificata a seconda del luogo di produzione, potrebbe essere una risposta parziale ai problemi del sottosviluppo. I vantaggi, infatti, non mancano. I biocombustibili sono una risposta praticabile ai cambiamenti climatici che colpiscono soprattutto i paesi poveri contribuendo all'inaridimento della terra. Sono poi un mezzo relativamente a basso costo, uno strumento che sembra rispondere alla nuova filosofia del "Glocale", dell'affrontare problemi globali con strumenti locali.

Questo genere di risposte, però, non esenti da pericoli anche gravi. Uno dei maggiori è quello già sperimentato con altri biocarburanti che hanno fatto aumentare (non da soli, ovviamente) il prezzo dei generi alimentari e hanno contribuito all'impianto di piantagioni estensive del materiale base da cui generare il biocarburante, a grave danno sia della sicurezza alimentare delle fasce più deboli della popolazione, sia dell'ecosistema.

Fatto sta, però, che per paesi poveri, anche in termini di materie prime, e con un'alta densità di popolazione, come è il Ruanda, il biocarburante nell'immediato futuro potrebbe essere parte di una soluzione. Più difficili sono da calcolare le conseguenze a lungo termine.

 

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