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sabato 30 maggio 2020

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Il viaggio del pellegrino Benedetto

Il Papa tra la storia e le religioni della Terrasanta

18.05.2009 - Valentina Berdozzi



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Il Medio Oriente, come qualsiasi cosa che "sta nel mezzo", è terra di passaggio, confronto, scambio. È la terra di conflitti e di lotte che da secoli oppongono credenti di diverse religioni, e popoli diversi; è la terra dei grandi simboli e delle grandi battaglie, ideologiche e non; è la terra della convivenza difficile e, troppo spesso, impossibile; è la terra dei muri, delle divisioni, degli insediamenti  e dei coloni. Ma è anche la terra da cui si alzano e si scagliano al cielo le Croci ed i campanili delle Chiese cattoliche, le ricchissime, dorate e cupe chiese ortodosse, con i loro interni bizantineggianti, le sinagoghe ebraiche e le sfolgoranti cupole delle moschee. Terra di scambi meta, da secoli, di pellegrinaggi: dei fedeli musulmani, che a Gerusalemme si recano in visita alla moschea della Roccia, il terzo luogo sacro della loro religione, a venerare la pietra su cui il profeta Maometto ha pregato prima di prendere il volo verso il cielo; dei fedeli cristiani che, nella terra di mezzo, si recano a visitare la Piazza della Mangiatoia, la Grotta della Natività e il Santo Sepolcro. Proprio qui, nell'epicentro propagatore della cristianità e nel cuore della città divisa e contesa dai tre grandi monoteismi, si è svolto il viaggio in Terrasanta di Papa Benedetto XVI: un viaggio di preghiera e di meditazione spirituale; un percorso di fede e cristianità sulle orme dei pellegrini che da secoli calcano questa terra, seguito con grande semplicità di vedute e con l'auspicabile desiderio di pace. Un viaggio che, annunciato tra mille riserve nel dicembre dello scorso anno, ha portato il Papa in Israele, Giordania e nei territori palestinesi.

È partito da Amman, capitale della Giordania, il pellegrinaggio-viaggio di Benedetto XVI, tra il colloquio con i reali di Giordania, la visita al centro internazionale per i bambini disabili Regina Pacis, la moschea di Al-Hussein Bin-Talal, la seconda visita in moschea del suo pontificato, dopo quella alla Moschea Blu ad Istanbul, e la celebrazione dei vespri con la comunità cattolica della Cattedrale graco-melkita di San Giorgio ad Amman. Lasciati i territori giordani, la seconda meta del viaggio sono stati Israele ed i territori palestinesi, dove il Pontefice è rimasto da lunedì 11 a venerdì 15 maggio, per una tappa carica di valenze spirituali e risvolti politici. In quest'occasione Papa Ratzinger ha avuto modo di ripercorrere le linea dei luoghi salienti della cristianità: dal monte Nebo, dove sorge l'antica basilica del memoriale di Mosè, a Betlemme che, con la Piazza della Mangiatoia e la Grotta della Natività, è stato lo scenario delle celebrazioni per la conclusione dell'Anno della Famiglia e dell'incontro con Abu Mazen, presidente dell'ANP, a Nazareth, con la visita alla Grotta dell'Annunciazione e l'incontro con il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, fino a Gerusalemme, dove il Papa si è recato in visita alla Spianata delle moschee, al muro del Pianto, al Santo Sepolcro e al museo dedicato alle vittime della Shoah, il Memoriale dello Yad VaShem e dove ha incontrato Shimon Peres, presidente dell'autorità israeliana e i rabbini capo di Gerusalemme, il sefardita Shlomo Amar e l'ashknazita Yona Metzger. Incontri e contatti importanti, durante i quali il Papa ha sempre mostrato una grande attenzione ai problemi del territorio e ad un conflitto che sembra insanabile.

Venuto in Terrasanta, Benedetto XVI ha pregato per la pace in questa fetta di mondo, auspicando la fine di ogni tensione e l'abbattimento di ogni muro e di ogni forma di chiusura. Il Pontefice si è dimostrato vicino nella sofferenza di chi, in questi anni di sangue e lotte, ha perso affetti cari e vicini, appoggiando e vedendo come legittimo il diritto dei palestinesi ad un proprio stato sovrano, che nasca nella sicurezza e nella giustizia "entro confini internazionalmente riconosciuti" - ha dichiarato in uno dei suoi discorsi il Papa. La massima autorità cristiana auspica il dialogo, un "rinnovato impegno per la coesistenza pacifica in Medio Oriente", la volontà di abbandonare le armi e desistere dalla tentazione di cedere all'odio, alla violenza e all'uso della forza. La linea suggerita da Ratzinger è quella del reciproco incontro, che egli vede come l'unica alternativa per spegnere venti di guerra, odio e interessi nazionali. Una posizione sincera e conciliante, di autorità religiosa e guida spirituale sinceramente vicina ad un popolo, quello palestinese, che soffre. E proprio i cristiani palestinesi, all'inizio perplessi sull'opportunità e l'utilità del viaggio apostolico, hanno recepito con piena soddisfazione le parole dirette del Papa che ha ribadito il suo impegno spirituale in questa battaglia, che per il Vaticano può essere soltanto religiosa. Riconoscendo l'assoluta incapacità di intervenire concretamente, Papa Benedetto si affida alla forza e allo spirito conciliante delle sue parole, dei suoi discorsi e delle sue visite che, inevitabilmente, sono state accompagnate anche da polemiche e dissensi.

E' di pochi giorni fa la notizia, diffusa da una fonte investigativa araba, di due giovani arabi-israeliani fermati, prima dell'arrivo del Papa in Terrasanta, dalla polizia di Gerusalemme perché in possesso di volantini che invitavano con toni bellicosi  la popolazione civile a boicottare la visita dell'autorità religiosa. Una partecipazione, invece, quella dei cittadini, nutrita e festante, che ha dimostrato la vicinanza spirituale al Pontefice da parte di popoli così duramente colpiti e segnati dalla situazione e l'aderenza al contenuto del suo messaggio. Polemiche di segno negativo hanno invece seguito la visita del Pontefice al Memoriale dello Yad VaShem a Gerusalemme: Noah Frog, sopravvissuto dell'Olocausto, in risposta alle parole concilianti del rabbino di Tel Aviv Meir Lau che difendeva il Papa, accusato di aver sconfessato davanti al monumento per le vittime della Shoah il nazismo, ma di non aver ricordato di essere lui stesso figlio della terra del nazismo, ha replicato che troppa attenzione e troppe rimostranze sono state riservate al Papa, autorità spirituale cristiana e non membro o presidente di organizzazioni sioniste. Ulteriori polemiche, soprattutto in ambito musulmano, sono state suscitate dall'intervento dello sceicco Tamini ad Israele, accusato di aver espresso in maniera violenta ed esagerata le posizioni musulmane in riferimento alla vicenda del Medio Oriente: rapida la reazione della Santa Sede che, per bocca del portavoce vaticano Padre Federico Lombardo, ha ricordato che l'intervento dello sceicco, "né programmato né desiderato", ha espresso il sentore di un popolo; quello stesso stato d'animo di cui si è fatto portavoce, con toni concilianti, non aggressivi e improntati al dialogo il Gran Mutfì, presso cui il Pontefice ha avuto udienza.

Sono ancora le parole di commento di Padre Lombardi ad inquadrare, in maniera veritiera ed efficiente, la visita del Papa nei territori della Terrasenta: "un viaggio religioso di inevitabile dimensione politica - ha affermato il segretario vaticano - perché auspicante la pace, l'amicizia, la convivenza e la fine dell'odio tra popoli in guerra".  E' questo il messaggio più profondo di un viaggio storico; un viaggio accolto con calore dai palestinesi, esaltato nella sua importanza storica da Abu Mazen e ricordato anche da Hamas, il movimento integralista di lotta ed indipendenza che, pur sottolineando la non-novità dei concetti di cui il Papa si è fatto portavoce, ha comunque riconosciuto l'importanza della visita. Un pellegrino in viaggio, un Papa in cammino tra i luoghi sacri della religione e della storia, un percorso tra passato, presente e futuro; tra istanze di guerra, minacce di attacchi e la volontà di andare avanti in una città su tutte, Gerusalemme, che il Papa auspica torni ad essere quella "città della pace" che la storia ricorda.

 

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