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lunedì 06 aprile 2020

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Gli Stati Uniti e la prossima conferenza Onu sul Cambiamento Climatico

Quando la scienza è un'opinione, diventa politica.

02.11.2009 - Irene Selbmann



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Sempre meno americani credono al riscaldamento globale. Solo il 57% ritiene che ci sia sufficente prova che il pianeta sta diventando sempre più caldo. Secondo un recente sondaggio, questa percentuale era di 20 punti più alta soltanto tre anni fa.

Scende notevolmente (ad un timido 36%) anche la percentuale degli americani che ritengono che l'inquinamento causato dall'attività dell'uomo sia la causa del riscaldamento globale. In pratica, pare che una larghissima parte dei cittadini americani non ritenga affatto che il riscaldamento globale rappresenti un problema così grande. Questo nonostante si continui a ripetere incessantemente la necessità agire subito per fronteggiare il cambiamento climatico. Pare quindi che gli attivisti partecipanti alla recente marcia sul ponte di Brooklyn, rappresentino una minoranza del popolo statunitense, mentre la comunità scientifica, con rare ma pur presenti eccezioni, è unita nel puntare il dito contro i gas serra.

Ma da quando si inizia a registrare questo trend negativo nell'opinione pubblica? Sostanzialmente da quando lo scorso anno l'amministrazione Obama ha iniziato a prendere seri impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra e sono iniziati i negoziati internazionali per intraprendere un cammino di riduzione globale degli stessi. Forse questo calo è stato determinato dal fatto che l'attenzione della nazione è tuttora concentrata su ben altre questioni, e come spesso accade in questi casi, i problemi sui quali non si insiste troppo vengono automaticamente considerati secondari. Secondo alcuni, è la comunicazione dei fatti scientifici a non essere tanto efficace e capillare da raggiungere tutti i cittadini. Ma si azzarda l'ipotesi che questo diffuso scetticismo sia anche sostenuto da alcune lobby che non sono interessate alla riduzione delle emissioni. Così la questione ambientale diventa una questione politica e ulteriore terreno di scontro, con i tre quarti dei Democratici che credono nella solidità delle prove che dimostrano il riscaldamento globale e moltissimi Repubblicani (con un esiguo numero di Democratici moderati) che, invece, credono l'esatto contrario.

Gli scontri si fanno più pesanti quando manca quasi un mese all'inizio dei lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che avrà luogo a Copenhagen dal 7 al 18 dicembre. La partecipazione di Obama non è scontata, dal momento che la Conferenza non è un incontro tra capi di stato. Si pensa, però, che il Presidente potrebbe intervenire propro in virtù dell'assegnazione del Nobel per la Pace. Il premio gli verrà infatti consegnato a Oslo proprio il secondo giorno dei lavori della Conferenza. Quello che è sicuro è che se Obama dovesse intervenire alla Conferenza, non avrebbe molto da portare come esempio dagli Stati Uniti, visto che la proposta del cap-and-trade (il commercio sui crediti per inquinare) non è passata al Senato. Secondo questo sistema, si sarebbe fissato un tetto alle emissioni di gas serra. Se un'indutria avesse superato quel tetto, avrebbe dovuto pagare una quota. Questo per premiare le industrie virtuose e responsabili, che utilizzano l'energia pulita. I soldi che sarebbero così entrati nelle casse dello stato avrebbro dato un ottimo contributo all'uscita dalla crisi. Obama aveva previsto una riduzione delle emissioni degli Stati Uniti di circa l'80% nel 2050.

Fox News è naturalmente schierata dalla parte dei Repubblicani che non credono affatto alla beffa del cambiamento climatico, e non ritengono che l'attività dell'uomo sia dannosa per lo stesso. Secondo una recente ricerca inquinerebbero più gli allevamenti industriali di bestiame che le automobili, producendo, infatti, circa la metà della totalità delle emissioni di gas serra.

Per salvare il pianeta si rivelerebbe più efficace sostituire i prodotti animali con prodotti di soia o provenienti da colture vegetali che adottare politiche di riduzione progressiva delle emissioni. Su questo e altro verteva il breve e recentissimo talk show sulla questione ambientale presieduto da Blenn Beck. Ospiti della puntata, l'ex ambasciatore delle Nazioni Unite John Bolton e l'inglese Sir Christopher Monckton, esperto del cambiamento climatico e già consigliere del governo Tatcher, più volte in totale disaccordo con Al Gore (più volte invitato da Monckton ad un confronto diretto che l'ex aspirante presidente ha sempre rifiutato). Beck apre il programma al suo solido modo, sottolineando come alla Casa Bianca ci sia un gruppo di radicali che tentano di limitare le libertà individuali dei cittadini americani, predicano la ridistribuzione delle ricchezze secondo un modello marxista e puntano sulla mediocrità. Bisogna quindi scegliere se andare avanti per questa strada o tornare alle origini, ai padri della Costituzione. Per fermare questa discesa agli inferi del Comunismo, è bene fermare anche la ratifica del trattato di Copenhagen, del quale Beck e i suoi ospiti mettono in evidenza le nascoste minacce alla sovranità dei singoli stati.

Si sottolinea, per prima cosa, che il trattatato impegnerà i firmatari ad una riduzione massiva delle emissioni di gas serra, e se questo potrà forse essere accettabile per l'Europa, non lo sarà senz'altro per paesi come l'India e la Cina, che per la loro crescita di nuove potenze economiche hanno estermo bisogno di non fissare alcun tetto sulle loro emissioni di gas serra.

Due punti del trattato vengono descritti come particolarmente inquietanti. Primo per impatto mediatico, la presunta volontà di creare qualcosa che Sir Monckton interpreta come un Governo Mondiale, capace di imporsi sulle decisioni dei singoli stati a livello economico e sulle questioni climatiche. Sempre lui spiega come a questa nuova entità sarebbe trasferito il potere di applicare una percentuale del 2% su qualsiasi transazione finanziaria, cosa che potrebbe facilmente portare al crollo di Wall Street. Secondo, ma non meno importante, è il concetto di Climate Debt, letteralmente "debito climatico". In cosa consiste? Brevemente: come suggerisce il nome stesso, le nazioni che sono colpevoli delle maggiori emissioni di gas serra avrebbero un debito nei confronti del pianeta. Circa il 50% delle emissioni totali proviene dall'8% della popolazione mondiale. La possibilità si un'mposizione di questa tassa e lo spettro di un presunto governo mondiale vengono presentate da Beck e i suoi ospiti come decisi passi verso il Comunismo e la fine della libertà e del diritto di ogni Paese di decidere per se stesso. Un'ingerenza inaccettabile nella politica delle singole nazioni.

Si punta il dito anche contro John Holdren, Science Advisor della Casa Bianca. Questo personaggio è stato per mesi al centro delle critiche più feroci da parte dell'opposizione. Descritto come una sorta di scienziato pazzo, parte del Green Dream Team del governo Obama, è lui il primo a farsi portavoce della necessità di riduzione delle emissioni di CO2. Accusato più volte di essere un radicale della peggiore specie, nonché di avere affermato, in passato, che per il controllo della crescita della popolazione sarebbero accettabili sia l'aborto forzato che la sterilizzazione, Holdren è stato anche definito il Dr. Stranamore di Obama. Dipinto come il più radicale del team presidenziale, è ad oggi nel mirino delle critiche per le sue posizioni sul cambiamento climatico, da molti definite estreme.

È presto per dire quale sarà il ruolo degli Stati Uniti a Copenhagen, come è presto per sapere con esattezza se Obama interverrà e cosa dirà del suo Paese. Certo è che mai come oggi si è stati così vicini ad una proposta di impegno collettivo per ridurre l'impatto ambientale delle emissioni di gas serra. Forse è proprio per questo che il dibattito si fa così feroce e le diverse posizioni appaiono quantomai nette e decise. Ciò che stupisce è la distanza (talvolta grandissima) che si può riscontrare tra le varie posizioni quando si parla di un argomento che dovrebbe essere scienza e che, presumibilmente, non dovrebbe essere un'opinione ma qualcosa di inequivocabilmente dimostrato. Ma è anche vero che ogni cosa è vera o falsa finchè non ne ne dimostra il contrario.

 

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