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giovedì 02 aprile 2020

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Election Day 2009: ennesima prova del 9 per la popolarità di Obama

I democratici sconfitti in due stati. New York conferma il miliardario Bloomberg.

04.11.2009 - Irene Selbmann



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Sebbene ci si impegni per affermare il contrario, ogni volta che la popolazione è chiamata alle urne per rinnovare le amministrazioni a livello locale, i risultati si leggono come una prova di fiducia per il governo centrale. Ragionando lucidamente, non dovrebbe essere così. Specialmente negli Stati Uniti, dove i singoli stati hanno una storia tutta loro, proprie tradizioni (anche politiche), e persino leggi diverse. Ad esempio è recentissima la legalizzazione delle unioni omosessuali nello stato del Maine, dove il governatore democratico John Baldacci ha posto la sua firma sulla nuova legge che estende alle coppie gay il diritto civile al matrimonio. Nonostante questo sia certamente vero, si sapeva benissimo che le elezioni per i nuovi governatori di Virginia e New Jersey sarebbero state un'ennesima conferma o smentita della popolarità dell'operato del Presidente. La Casa Bianca ha sorprendentemente fatto sapere che Obama non stava seguendo i risultati degli exit poll e non ha rilasciato commenti. I risultati dell'Election Day 2009, se non hanno dimostrato un netto calo della fiducia in Obama, sono un chiaro messaggio che qualcosa effettivamente scricchiola.

Il democratico Creigh Deeds ha perso la Virginia, scavalcato dal repubblicano Bob McDonnell. Questo esito non stupisce in modo particolare. I sondaggi avevano già dato vincente il GOP (Grand Olp Party, laggasi, Partito Repubblicano) di circa 10 punti in percentuale. Il Presidente si aspettava questo risultato, e si era particolarmente impegnato in prima persona per sostenere, invece, Jon S. Corzine, il candidato democratico in corsa per il New Jersey, dove le possibilità di una vittoria sembravano maggiori, anche forti di una tradizione politica che ha premiato maggiormente i candidati democratici. Ma niente da fare. Anche lì il GOP ha avuto la meglio, con il candidato Christopher J. Christie che ha superato, sebbene di poco, l'avversario sostenuto da Obama.

E che dire dell'esito delle elezioni a sindato di New York? La democraticissima New York aveva un sindaco repubblicano che contava già due mandati. Il che sarebbe, in effetti, il massimo cosentito dalla legge. Ma Michael Bloomberg ha pensato bene di cambiare la legge (quando si dice "le leggi ad personam"....), e di spendere ben 90 milioni di dollari prelevati direttamente dal suo conto in banca per la campagna elettorale, e all'Election Day ha ottenuto il consenso per il suo terzo mandato. Anche a New York, sebbene di un soffio, vince quindi il GOP.

Un risultato che si preannuncia interessante, più per le implicazioni storiche che politiche, sarà quello per la corsa a sindaco di Atlanta, capitale della Georgia, dove sembra che la favorita sia (per la prima volta dagli anni 70) una donna bianca, la repubblicana Mary Norwood. E per la città di Martin Luther King, che vanta una popolazione a maggioranza nera, sarebbe decisamente un esito importante.

Si attendono anche i risultati di Houston, dove il sindaco White dovrà lasciare la poltrona dopo aver raggiunto il massimo di tre mandati. La corsa alla carica di primo cittadino della quarta città più grande degli Stati Uniti (e aggiungerei tra le cinque più ricche), pare essersi stretta intorno a due candidati democratici, che si affronteranno al ballotaggio il prossimo 12 dicembre. Annise Parker, già veterana della vita politica della città, che aspira a diventare il primo sindaco di Houston dichiaratamente gay, affronta Gene Locke, avvocato nero e da sempre impegnato nella lotta per i diritti civili. Pronto a non gettare la spunga il repubblicano Roy Morales, che ha militato nell'esercito degli Stati Uniti e che potrebbe attirare a sè anche molti voti della foltissima comunità messicana residente nella Houston area.

Ma c'è da scommettere che una possibile vittoria democratica non potrà far dimenticare ai Dems di aver perso ben due stati, che insieme contano circa 16 milioni di abitanti. E anche se, in fondo, sono solo due Stati, non si può fare a meno di chiedersi se il popolo non abbia voluto dare un segnale di sfiducia, o abbia voluto in qualche modo punire alcune scelte o taluni tentennamenti da parte del Presidente. Non è una buona premessa per l'enorme prova di fiducia che avrà luogo il prossimo novembre 2010, data in cui gli Stati Uniti saranno nuovamente chiamati alle urne per rinnovare un terzo del Senato, nonchè la Camera dei rappresentanti.

 

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