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giovedì 02 aprile 2020

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Obama decide: 30mila soldati in più in Afghanistan

Congresso diviso. Si apre la difficile ricerca dei fondi

03.12.2009 - Mario Croce



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Il generale Stanley McChrystal alla fine l'ha spuntata. Il presidente Obama ha infatti deciso di accogliere le richieste avanzate più di tre mesi fa dal comandante in capo delle forze Nato e americane in Afghanistan e inviare 35mila nuovi soldati nella roccaforte talebana. 30mila saranno di provenienza a stelle e strisce, mentre ammonta a 5mila unità il contributo richiesto al caleidoscopio di alleati internazionali.

La decisione del presidente è stata accolta favorevolmente dalla minoranza repubblicana ma non ha fatto impazzire di gioia la sua maggioranza democratica, che ha subito rilasciato dichiarazioni di perplessità attraverso la voce di Louise Slaughter. «Non vedo nessuna buona ragione di mandare altri 30mila soldati in Afghanistan quando abbiamo così tanti problemi urgenti, come l'economia, da affrontare nel nostro paese» ha detto il presidente del Rules Committee della Camera.

E proprio per evitare di ritrovarsi nella scomoda posizione di veder approvare il nuovo bilancio per la guerra con voti dell'opposizione invece che della propria maggioranza, Obama subito dopo aver annunciato l'escalation ha voluto indicare fin da subito la data di luglio 2011 come l'inizio della ritirata del contingente internazionale e del reale passaggio di poteri all'amministrazione afghana.

A supporto di questa strategia di mediazione e contenimento interno, è prontamente intervenuto il vice presidente Joe Biden affermando che l'aver fissato l'inizio del ritiro dall'Afghanistan da qui a 18 mesi renderà più accettabile agli americani l'idea di un aumento dell'impegno militare. Anche se il vero obiettivo dell'aver fissato l'inizio del ritiro è quello «di inviare un messaggio chiaro a Karzai ed al suo governo - ha dichiarato successivamente Biden - che fino ad ora non si è mostrato disposto ad assumersi le proprie responsabilità».

Ma l'argomento è stato contestato da John McCain, l'ex candidato repubblicano alla presidenza, che definisce pericoloso e controproducente fissare già da ora una data per il ritiro: «Se voi dite al nemico quando andremo via, questo demoralizza i nostri amici perchè dovranno rimanere nella regione»

Come in un gioco di specchi e a conferma della difficoltà di bilanciamento tra gli interessi di falchi e colombe, alle dichiarazioni di Biden si sono susseguite quelle di Richard Holbrooke: «Non c'è nessuna scadenza», ha detto l'inviato speciale Usa per l'Afghanistan e il Pakistan. «Ma è anche chiaro che non è una missione che durerà all'infinito». Il luglio del 2011 non è la data del ritiro delle forze americane ed internazionali dall'Afghanistan, ma «è l'inizio del ritiro di alcune truppe dalle aree in cui l'esercito e la polizia afghane saranno in grado di assumere la responsabilità della sicurezza».

Il motivo di tanta diplomazia e di tanta cautela è chiaro. Per il suo piano, il "black president" ha bisogno di 30 miliardi di dollari in più all'anno, portando il costo complessivo della guerra in Afghanistan ed Iraq ad oltre mille miliardi. E dovrà essere il Congresso a trovare e stanziare i fondi.

Oltretutto la strada potrebbe essere ancora più in salita, stando alle dichiarazioni di Jerry Lewis, capogruppo repubblicano alla commissione Finanziamenti della Camera: «Niente war tax per i più ricchi», proposta avanzata da alcuni liberal ma del resto già bocciata dai leader democratici. Lewis ha proseguito esortando Obama a trovare i 30 miliardi tagliando i già previsti aumenti di alcune agenzie federali per il 2010.
La sofferta decisione della nuova strategia di guerra in Afghanistan è dunque stata annunciata. Ma per una sua concreta realizzazione ci sarà ancora da attendere che i delicati equilibri della farraginosa macchina democratica americana si aggiustino e ricomincino a girare a pieno regime.

 

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