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venerdì 10 aprile 2020

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L’America Latina resta a sinistra, per ora

Bilancio delle più recenti elezioni: conferma per il Frente Amplio in Uruguay e per il Movimiento al Socialismo in Bolivia

20.12.2009 - Feliciano Iudicone



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Le recenti elezioni presidenziali svoltesi in America Latina, rispettivamente il 29 novembre in Uruguay e il 6 dicembre in Bolivia, hanno visto la conferma dei governi uscenti di estrazione socialista. Maggioranza invece alla destra, da confermare al ballottaggio, nell'attesa consultazione dello scorso 13 dicembre in Cile.

A Montevideo una folla di sostenitori ha festeggiato sotto la pioggia la vittoria di José Mujica, candidato del Frente Amplio, una coalizione eterogenea composta da partiti di centro-sinistra, che nel 2005 era riuscita a spezzare la storica egemonia delle destre tradizionaliste: i blancos del Partido Nacional e i colorados. Dopo aver mancato la maggioranza assoluta al primo turno, il Frente Amplio ha potuto finalmente brindare dopo il ballottaggio, nonostante l'appoggio dato dai colorados al candidato d'opposizione Lacalle, che, attestatosi al 29% al primo turno, ha superato il 40% al ballottaggio. A dire il vero Mujica ha potuto giovare del passato a dir poco controverso dei suoi avversari: i colorados hanno presentato la candidatura di Pedro Borderberry, figlio del dittatore Juan Maria Borderberry, fermatosi al 17%, mentre il candidato blanco poteva vantare un trascorso da presidente (dall'89 al '95) non proprio brillante e macchiato, tra l'altro, da diversi scandali di corruzione.

Rispetto al presidente uscente, il riformista Taberé Vázquez, José Pepe Mujica è un personaggio dal passato scomodo (è stato un guerrigliero tupamaros, motivo per cui ha subito anni di reclusione e torture durante la dittatura, n.d.r.) e caratterizzato da un atteggiamento radicale che non rassicura troppo né gli esponenti della classe conservatrice né gli elementi più moderati del Frente. Dopo le dichiarazioni infuocate della campagna elettorale, all'indomani delle elezioni Pepe ha lanciato messaggi di distensione, precisando di voler rappresentare tutto il paese e ribadendo di ritenersi più vicino al suo omologo brasiliano che non a quello venezuelano. Se, infatti, le vicissitudini dei candidati dell'opposizione hanno permesso al Frente di presentarsi sotto lo slogan: "Un governo di persone oneste",  i candidati dell'opposizione, specie Lacalle, hanno strumentalizzato il passato da tupamaro di Mujica, aleggiando il fantasma di un Chávez uruguayano. D'altra parte, il Frente Amplio ha affiancato alla candidatura di "Pepe" quella alla vice-presidenza del social-democratico Danilo Astori, ex Ministro dell'Economia del governo Vázquez, e suo principale rivale alle primarie del partito.

 

Mujica ha dichiarato di voler lavorare in continuità con gli impegni del suo predecessore, molto apprezzato tra le classi popolari, ma che non si è potuto ricandidare per il vincolo di un mandato imposto dalla legge. In un'intervista rilasciata ad una rivista uruguayana, il neo-presidente ha elencato poi quelle che saranno le prime misure del suo governo: politiche abitative, massicci investimenti nell'educazione per favorire la mobilità sociale e l'assegnazione delle terre ai contadini. 

Se la sinistra uruguayana si giocava la scommessa della conferma, in Bolivia la vittoria di Evo Morales era scontata fin dall'inizio: l'obiettivo del presidente uscente, vittorioso nel 2005 con il 54% dei voti, stavolta era addirittura quello di raggiungere la maggioranza dei due terzi del Parlamento per avere la possibilità di modificare la costituzione. Anche se l'enfasi sull'ambizioso obiettivo era giustificata anche dalla volontà di mobilitare in massa l'elettorato di fronte a una vittoria data per certa, l'obiettivo è stato raggiunto grazie a un consenso pari a circa il 63% dei votanti su una partecipazione che ha superato l'80% degli aventi diritto. Grazie a una politica che ha ricondotto all'interesse nazionale l'operato delle compagnie straniere, attive specie nel campo dell'energia, e favorito dall'alto corso degli energetici, Evo ha risanato il bilancio pubblico e allo stesso tempo ha favorito una politica di redistribuzione del reddito puntando, nel lungo periodo, a una diversificazione industriale. Un obiettivo ambizioso, le cui difficoltà sono state additate dall'opposizione conservatrice che, guidata dall'imprenditore Manfred Reyes Villa, ha centrato la campagna elettorale sull'aumento dei posti di lavoro in contrapposizione ai sussidi che il governo elargisce grazie ai proventi delle attività estrattive.

Con le vittorie del Frente Amplio e del Movimiento al Socialismo si rafforza in America Latina il riformismo socialista, più o meno radicale, con molte differenze e alcune vistose eccezioni. In alcuni casi i governi socialisti vanno incontro alle contestazioni dei loro stessi ex-sostenitori (vedi Ortega in Nicaragua), in altri riscuotono più o meno entusiasmanti successi dal punto di vista politico ed economico. Proprio in Cile, ad esempio, dove fu inaugurata la stagione riformista sudamericana, il cerchio sembra chiudersi con l'uscita di scena della popolarissima Bachelet. La Concertation, dopo quasi venti anni di potere, appare ormai logora e divisa. Le sue politiche moderate le sono costate l'appoggio dei giovani e degli studenti, mentre il socialista Miguel Enríquez-Ominami, uscito dalla coalizione nel mese di giugno, ha raccolto attorno a se' buona parte del voto degli scontenti. Le elezioni del 13 dicembre hanno confermato così le prevista vittoria del candidato di destra Sebastián Piñera. L'imprenditore ha raggiunto il 44% dei voti e si giocherà la vittoria al ballottaggio il 10 gennaio proprio contro il candidato della Concertation Frei, arrestatosi al 29%, a cui spetta il non facile compito di riunire attorno a sé i voti di  Enríquez-Ominami (20%) e del candidato comunista Jorge Arrate (6%).

In una regione a lungo dominata dall'instabilità politica e dalle dittature, i cambiamenti avvenuti dell'ultimo decennio potrebbero non bastare però a restituire serenità e giustizia sociale. I processi di integrazione sono minacciati dai forti contrasti tra alcuni governi come quelli tra Colombia e Venezuela, alimentati spesso dall'invadenza di Washington, e dal redivivo spettro dei colpi di stato. Morales ha denunciato in più occasioni le presunte trame golpiste dei suoi oppositori, Lugo ha cambiato ben tre volte i vertici militari avvertendo sentori analoghi, mentre l'Honduras rappresenta ormai una avanguardia reazionaria.

 

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