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giovedì 02 luglio 2020

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Congo: il diamante negli anni Novanta

II parte del Focus sui diamanti in Congo. Il collasso dell’economia formale, la disoccupazione e la centralità del diamante. Il crollo della dittatura e l’arrivo dei nuovi gemmocrati

13.07.2009 - Cristina Petrachi



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Negli anni Novanta la Repubblica Democratica del Congo fu coinvolta in una crisi economica sena precedenti e causata fondamentalmente dalla nazionalizzazione prima e dalla liberalizzazione dopo, con delle implicazioni sociali enormi.
Con la liberalizzazione, infatti, una vera febbre del diamante contagiò migliaia di congolesi, ormai senza lavoro e senza mezzi di sostentamento. Quella congolese divenne un'economia basata sul sogno di una ricchezza immediata e facile da conseguire. Bastava un diamante, un solo diamante abbastanza grande e abbastanza bello per poter cambiare vita.
Si arrivò ad una situazione in cui il settore informale del diamante dominava l'intera economia informale congolese, innescando un circolo vizioso. Più il settore informale si estendeva, più l'economia formale scompariva, attraendo migliaia e migliaia di persone verso la sfera gravitazionale del pianeta informale. Sia civili che militari vi erano coinvolti.

Le autorità civili impiegate sul luogo venivano utilizzate per ottenere concessioni minerarie o più semplicemente per emettere la licenza che permette di aprire un punto d'acquisto di diamanti.
Ai militari si domandava essenzialmente di assicurare la protezione dell'ufficio d'acquisto dei diamanti e del loro spostamento, nonché la sorveglianza dei letti dei fiumi in cui si cercano le pietre. Così grazie a questa complessa e informale rete di persone e funzionari che lavorava essenzialmente per sé stessa ogni mese, centinaia di migliaia di pietre erano estratte da migliaia di piccole unità di cercatori disseminate sulle larghe zone diamantifere che si estendono dal sud-ovest al nord-ovest del paese.  Esse andavano, in un primo tempo, verso i mini-mercati locali e verso gli uffici d'acquisto dei compratori autorizzati, installati nelle principali località minerarie. I lotti poi erano diretti verso i comptoirs stabiliti nella capitale dove, dopo essere state esaminate e valutate, venivano preparate per l'esportazione verso i centri internazionali del diamante (praticamente ad Anversa). Il contro-valore del diamante esportato era contemporaneamente rimpatriato in conti bancari in Congo pronto per finanziare la prossima campagna d'acquisto.
Tutto ciò però ha dato luogo a esiti paradossali. Piuttosto che espandere gli utili provenienti dal diamante in circuiti ufficiali, la liberalizzazione fece l'opposto e fu seguita dall'espansione del contrabbando all'interno dello Zaire e attraverso i paesi vicini.

Il 1989, con la caduta del muro di Berlino, segna anche il giro di boa per Mobutu. Con delle condizioni geopolitiche assai cambiate, Mobutu diventa ormai un amico scomodo per gli Stati Uniti che se ne allontanano sempre più.
Privato del sostegno americano il dittatore congolese è costretto a iniziare una fase di democratizzazione che porterà a galla tutte quelle contraddizioni a lungo celate sotto la cortina della guerra fredda. L'immenso territorio dello stato congolese era ormai solo sulla carta sotto il controllo della capitale. Un esercito mal pagato e un'autorità che nei fatti si esercita solo in quelle aree in cui il Presidente aveva degli interessi diretti, legati allo sfruttamento delle risorse minerarie del paese, delineano il quadro della fine di Mobutu. Lo Zaire nella primavera del 1997 viene conquistato senza difficoltà.
Una nuova era si stava per inaugurare. Nuovi leaders si sarebbero seduti ai posti del potere. Ma i vecchi vizi e i cattivi costumi  eranolungi dall'essere una caratteristica del passato. La nuova oligarchia cambierà tutto, finanche il nome del paese, fuorché la gestione della cosa pubblica.

 

 

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