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sabato 04 luglio 2020

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Il Processo di Kimberly

VIII parte del Focus sui diamanti in Congo. Successi e fallimenti del tentativo internazionale di bloccare i diamanti insanguinati.

07.09.2009 - Cristina Petrachi



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Il Processo di Kimberly è entrato in funzione nel 2003 ed obbliga i paesi partecipanti a controllare la produzione e il commercio di diamanti bruti che, da quel momento, possono essere esportati legalmente solo se dotati di un certificato, il KPCS, che ne testimoni la natura "conflict free". Il processo inoltre obbliga i paesi partecipanti a commerciare solo con altri paesi membri del processo impedendo quindi, teoricamente, ciascuna relazione commerciale con degli stati che non hanno dimostrato di avere i requisiti necessari per parteciparvi e che quindi potrebbero essere implicati in un commercio di diamanti della guerra. Dal momento della sua attuazione, il 1 gennaio 2003, fino ad oggi, il Kimberly Process avrebbe ridotto di molto il commercio illegale di blood diamonds. Gli esperti calcolano, infatti, che il 99% di tutti i diamanti che passano nel circuito mondiale legale del diamante sono oramai assolutamente legali e "conflict free"; un ottimo risultato se paragonato ai dati degli anni '90 quando si stimava che circa il 15% di tutti i diamanti commercializzati provenivano da zone di guerra ed erano utilizzati per finanziare dei conflitti.

La Repubblica Democratica del Congo ha aderito sin dall'inizio al Kimberly Process partecipando anche agli incontri preparatori del 2001. Tuttavia, se da un lato questa notizia segna una svolta senza dubbio positiva per il mondo del diamante congolese che, in tal modo, è entrato sin da subito nel circuito legale dei diamanti, dall'altra ha posto degli interrogativi sull'opportunità di includere un paese che, allora, era ancora in guerra e in cui il governo legittimo di Kinshasa controllava solo una minima parte della produzione nazionale di diamanti. D'altra parte, le dimensioni del paese, la difficoltà di esercitare il controllo statale su tutto il territorio, la guerra, la presenza di eserciti stranieri, prima, e di milizie armate dopo e, infine, la tipologia della produzione diamantifera concentrata per lo più nei depositi alluvionali e soggetta, quindi, a metodi d'estrazione artigianali, spiegano come sia ancora difficile avere il controllo sull'intera produzione.

In ogni caso il Processo di Kimberly ha cominciato a dare dei risultati positivi. Esso infatti è diventato lo strumento più efficace per dissuadere il contrabbando, complicando di molto le modalità di smercio illegale di diamanti, soprattutto in Belgio dove, in base alla testimonianza di un contrabbandiere, i controlli sono tra i più severi, anche se in altre destinazioni continua a restare relativamente facile piazzare dei diamanti al di fuori del Kimebrly Process.

Uno dei problemi poi, solo in parte dipendente dal Kimberly Process, è la questione relativa alla mancanza di statistiche certe su cui poter basare le proprie analisi e procedere, eventualmente, a delle sanzioni contro quei paesi implicati in un commercio illegale di diamanti. I dati, infatti, sono pochi, non sono sicuri al cento per cento, differiscono tra loro in base alle fonti da cui provengono e sono soggetti ad errori di mal classificazione, a volte palesi, a volte più infidi perché difficili da riscontrare. In taluni casi la cattiva classificazione è frutto dell'inesperienza e della notevole mole di dati da sistemare. Altre volte è più probabilmente voluta.

Inoltre i dati statistici su cui si basa il database delle Nazioni Unite sono forniti dai governi dei paesi interessati, con la possibilità che, laddove lo stesso governo sia eventualmente implicato in pratiche commerciali illegali, o non sia in grado di controllare l'intera produzione di diamanti, o ambo le cose, allora i dati forniti potrebbero essere del tutto inattendibili.

Parte del problema, in ogni caso, resta più a monte e riguarda il fatto che, tra i maggiori produttori di diamanti, in termini di carati e in termini di valore delle pietre, si trovano alcuni paesi africani usciti da poco da guerre lunghe e sanguinose e le cui classi dirigenti suscitano, a volte, seri dubbi in merito alla propria affidabilità. La base di una qualsiasi soluzione sarebbe di impedire l'accesso al mercato mondiale di diamanti per quegli stati che sono sospettati di essere implicati in pratiche illegali. È sostanzialmente quello che prevede il Processo di Kimberly. Ma purtroppo il divieto, di per sé, non basta ad impedire relazioni commerciali illegali alla luce della normativa statuita a Kimberly.

Il solo modo per poter effettivamente controllare i diamanti che quotidianamente sono venduti in tutto il mondo, sarebbe quello di poter controllare tutta la catena della produzione, dalla miniera alla gioielleria. Una pratica fattibile per i diamanti prodotti in Australia, Canada o in altri paesi non coinvolti in conflitti recenti, più difficile, invece, per paesi potenzialmente instabili come la Repubblica Democratica del Congo. Se allora da parte dei paesi esportatori manca la capacità di monitorare tutti i diamanti prodotti, s'impone l'obbligo, innanzitutto morale, che le grandi maison del diamante s'impegnino a controllare loro stesse la legalità dei diamanti acquistati, evitando di far ricadere l'onere solo su dei paesi che per mancanza di mezzi o di volontà non sono in grado di assicurare completamente la natura "conflict free", o in ogni caso legale, di tutti i propri diamanti.

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