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domenica 05 luglio 2020

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I diamanti oggi in Congo

IX parte del Focus sui diamanti in Congo. Pochi risultati. Continua il contrabbando anche dei “blood diamonds”.

19.10.2009 - Cristina Petrachi



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Ultima parte del viaggio tra i diamanti congolesi. Nonostante sia ormai noto che il conflitto nel Nord Kivu sia fondamentalmente causato dalla presenza del coltan, un minerale fondamentale per l'industria hi-tech, i diamanti sono comunque presenti in zone di guerra come la Provincia Orientale al confine con l'Uganda, ma anche i due Kivu.

Stando al report 2009 della Organizzazione Partnership Africa Canada, nel Sud Kivu la miniera situata nell'area di Shabunda, a circa 250 km dalla capitale Bukavu, fino alla fine del 2008 era controllata dall'esercito nazionale congolese - agli ordini nella zona del generale Silvestre Tchikwese - che hanno cominciato ad atteggiarsi a veri e propri padroni della miniera comprando i diamanti estratti ad un prezzo dettato dal generale stesso.

Nel Nord Kivu, invece, i siti diamantiferi noti sono tre. Si tratta di Musienene, Vatican e Kasisi. A Musienne i minatori che vi lavorano vendono le pietre trovate ai compratoti di Butembo, una delle principali città della zona. A Kasisis, invece, nel maggio del 2009 si è assistito ad una battaglia tra le locali milizie Mai-Mai e il FDLR (Forse democratiche di liberazione del Ruanda) che ha portato ad una sostanziale chiusura dell'attività che perdura fino ad oggi. L'ultimo sito, il Vatican, è invece in pieno territorio Interanmwe - le famigerate milizie hutu responsabile de genocidio del Ruanda nel 1994- difficile da controllare a monitorare e dal quale non arrivano molti dati. Le uniche informazioni che si sono riuscite ad avere sono quelle che provengono dalla testimonianza di due minatori scappati dal sito diamantifero che hanno affermato che nella miniera lavorano circa 30 persone che, nonostante non siano controllate a vista dagli uomini dell'FDLR vengono periodicamente minacciati per avere i diamanti estratti.
Rimane il mistero riguardo al modo in cui gli uomini del FDLR convertono i diamanti in soldi. Le prove non ci sono ma è plausibile pensare che essi li vendano a qualche commerciante "volenteroso" che si occupa di smerciarli all'estero.

Sicuramente il volume di diamanti e di entrate che arriva nelle tasche di questi gruppi armati è abbastanza basso, ma in ogni caso si tratta di diamanti insanguinati che in un modo o nell'altro escono dalla Repubblica Democratica del Congo per arrivare in qualche piazza diamantifera dopo essere entrati in qualche modo nel circuito legale del Processo di Kimberly.

Come si è visto, il Processo di Kimberly (KP) dovrebbe servire proprio ad evitare che i cosiddetti diamanti insanguinati contribuiscano al finanziamento di guerre e conflitti. È noto che la guerra nel Nord Kivu non è finanziata, se non in minima parte, dai diamanti, ma resta il fatto che essi comunque sono smerciati da ribelli e criminali di guerra senza che né le autorità dal Processo di Kimberly, ne quelle congolesi facciano nulla per impedirlo. Partnership Africa Canada, altre NGO, così come le Nazioni Unite hanno costantemente avvisato il Kp che i controlli in Congo Rd erano lenti se no addirittura inesistenti. Ciò nonostante non è stata presa nessuna iniziativa concreta per sistemare la situazione. I certificati del Processo di Kimberly sono emessi dall'autorità competente congolese che si basa, però, per lo più sui rapporti che provengono dai comptoires (specie di rivenditori all'ingrosso di diamanti) situati soprattutto a Kinshasa e che non fanno molte domande quando acquistano diamanti da privati. Insomma, non esiste un vero accertamento dell'origine del diamante e della sua storia tale per cui si possa certificare con assoluta sicurezza che il diamante in questione sia "conflict free" o che comunque non sia illegale.

Per quel che riguarda la produzione industriale, invece, essa è ormai nelle mani per lo più di grandi multinazionali. Si tratta in particolar modo della De Beers e di BHP Billiton che si sono aggiudicate importanti siti diamantiferi nel paese ma che ultimamente hanno chiuso le proprie attività. La MIBA, invece, la storica miniera congolese di diamanti situata a Mbuji-Mbay nel Kasai Orientale, è ormai in completa bancarotta rappresentando solo il 3% della produzione nazionale diamantifera.

A partire dal 2008 il mondo del diamante congolese sta attraversando una profonda crisi che coinvolge non solo la produzione industriale della Miba o i siti gestiti dalle grandi maison del diamante, ma anche quella artigianale. Un numero crescente di persone, infatti, ha deciso di spostarsi verso settori più redditizi come quello dell'oro. Una situazione che ha fatto un'altra vittima cioè l'agenzia governativa incaricata di valutare e certificare i diamanti: il Centro di valutazione, di esperti e certificazione (CEEC). A causa del crollo nel prezzo del diamante, il CEEC non è più riuscito a pagare i propri debiti e per questo è stato inglobato nel Ministero delle Miniere.

La situazione attuale è davvero difficile. La mancanza di statistiche certe, ora la chiusura del Ceec, la guerra in alcune provincie che, come nel caso della Provincia Orientale, producono diamanti, rende nella pratica impossibile certificare con sicurezza l'origine dei diamanti congolesi. Resta incomprensibile, quindi, la decisione del Kimberly Process di continuare ad ammettere tra i propri membri un paese che non è in grado di monitorare l'iter dei propri diamanti con la conseguente presenza nel circuito internazionale di diamanti di dubbia provenienza se non addirittura coinvolti in guerre.

 

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