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domenica 29 marzo 2020

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La salute, emergenza afghana

Le condizioni medico-sanitarie nel deserto delle mine

23.01.2010 - Mauro Annarumma



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Afghanistan. Un nome che evoca drammatiche storie di guerra e violenza, immagini di poveri altipiani di rocce e polvere, sui quali si consumano quotidianamente soprusi dei diritti umani di donne e bambini. Ma l'Afghanistan è  anche un Paese che brilla dell'orgoglio della sua gente,  temprata dal clima inclemente e dalla povertà, stremata ma mai battuta dalle pessime condizioni sanitarie ed economiche in cui versa.

L'aspettativa di vita dei circa 25milioni di abitanti (censimento del 2008), di cui solo il 23% risiede in aree urbane ed appena il 31% frequenta o ha frequentato istituti scolastici, è di soli 47 anni per gli uomini e di 45 per le donne. Un dato che, da solo, descrive al meglio quali sia la situazione del Paese. Le difficili condizioni generali, in cui per decenni generazioni di afghani hanno conosciuto solo guerre e guerriglia, generano una situazione sanitaria a dir poco delicata; basti pensare che ogni 10.000 persone ci sono solo due medici e cinque infermieri.

Molte delle malattie che sono state debellate nei nostri paesi, quali tifo, polio, tubercolosi e malaria, mietono ancora tantissime vite, soprattutto nei primi anni di vita, nonostante siano state avviate da alcuni anni campagne vaccinali indirizzate, in particolare, proprio ai nuovi nati al di sotto di un anno di vita di età. Nel 2008, secondo i dati della World Health Organization, l'85% circa di questi ultimi sono stati sottoposti a vaccinazione con tre dosi combinate di antidifterite, pertosse e tetano, nonché alla vaccinazione infantile contro l'Epatite B.  Ma le costanti migrazioni interne, legati a conflitti e spostamenti di truppe, guerriglieri e bande criminali locali, determinano una costante instabilità e indeterminatezza nella stima della copertura vaccinale della popolazione, con la conseguenza inefficacia della prevenzione di focolai epidemici. Nel 2006 la mortalità neonatale raggiungeva il 60% e ogni 30 minuti una madre afghana muore in seguito a complicanze post-partum.

Per casi di tubercolosi, l'Afghanistan è tra i primi paesi al mondo. Numerosi i casi di colera, morbillo, meningite, pertosse, gastroenteriti virali e parassitarie e difterite, spesso aggravati dalla malnutrizione (il 40% circa dei bambini è sottopeso) e dalle condizioni ambientali estreme. Nei mesi più caldi, tra maggio e novembre, allorquando le temperature possono raggiungere anche i 50-60° nel deserto roccioso, nel quale albergano anche serpenti e ragni mortali, le lande e i centri rurali si riempiono di zanzare, zecche e pappataci che trasmettono malattie quali la leishmania, la scabbia, la malaria.

L'alta percentuale di tossicodipendenti, inoltre, legata generalmente al tradizionale consumo di oppio ma in crescita anche per quanto riguarda l'aumento di consumatori per via endovenosa,  e i rapporti sessuali non protetti, sono alla base dell'aumento dei casi di AIDS.

Nei centri rurali l'assistenza sanitaria è cronicamente insufficiente, sia in termini di personale sia in strutture. La popolazione vive per lo più in tipici edifici ad ambiente unico, di paglia, sterco e terra, senza acqua corrente, elettricità e sistema di smaltimento dei rifiuti. Quartieri ricchi a parte, la stessa situazione si ritrova, amplificata, nei centri urbani, dove le strutture in muratura spesso non si accompagnano a sistemi idrici ed elettrici appropriati, con conseguenti e frequenti ricorrenze di virosi gastrointestinali e parassitosi. 

Spostarsi lungo il territorio afghano è un'impresa. L'unica strada principale asfaltata, che attraversa gran parte del Paese, la "ring road" come è stata soprannominata dagli stranieri, è attraversata da mezzi militari in movimento, di ogni nazionalità, che per motivi di sicurezza sono obbligati a interrompere continuamente il traffico dei mezzi civili, già sottoposto alle stesse minacce che giungono ai militari dai guerriglieri talebani e dai combattenti assoldati dai narcotrafficanti.

Stime di organizzazioni internazionali parlano di circa 1'000 civili uccisi ogni anno da guerriglieri e militanti dei gruppi armati locali in attacchi diretti alle forze straniere e in attentati destabilizzanti al governo di Kabul, ma quasi altrettanto, sarebbero secondo alcune stime, le persone coinvolte negli attacchi delle forze militari dell'Operazione Enduring Freedom, l'operazione lanciata dagli Stati Uniti contro le forze talebane asserragliate in Afghanistan.

Ustioni, ferite da arma da fuoco, devastazioni da esplosione sono all'ordine del giorno nei centri di assistenza di ISAF e delle ONG internazionali che operano in alcune aree del Paese. E' soprattutto la piaga delle mine a catturare la maggior parte delle richieste di intervento sanitario straniero. I feriti, per lo più civili colti in fallo mentre compiono i quotidiani gesti di dedizione alla pastorizia e all'agricoltura, giungono dalle località vicine, ormai tappezzate, ove non bonificate, di mine ed ordigni inesplosi che possono risalire anche a diverse decine di anni fa. Intere aree, soprattutto se a ridosso delle vecchie basi stanziali abbandonate dai russi, sono veri e propri campi minati, ma la facile circolazione di armi, provenienti da Cina e Iran, e destinate a gruppi di militanti talebani, guerriglieri e insurgents che si confrontano con le armi sul controllo dei villaggi e contro le forze della NATO, rende ad alto rischio l'intero territorio del paese.  L'Afghanistan, infatti, come la Cambogia e l'Iraq, è tra i Paesi che maggiormente è vittima delle mine. Indimenticabili per drammaticità le storie di Gino Strada, medico fondatore di Emergency, raccolte nel libro "Pappagalli verdi", sulle mine lanciate a migliaia dai sovietici nei cieli afgani.

Storie di ordinaria follia, che nulla hanno a che vedere con il gioco dei bambini.  

 

 

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