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giovedì 09 aprile 2020

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Tibet: il tetto del mondo…cinese

Per capire di più della questione tibetana MP ha inervistato il Professor Eric Robert Terzuolo, docente di Geografia politica ed Economica presso l’Università di Roma Tre

24.05.2008 - Cristina Petrachi



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L'8 agosto 2008 si preannuncia essere una data importante. Sarà, infatti, il giorno in cui si terrà la cerimonia d'apertura dei giochi olimpici che, per la prima volta, verranno ospitati nel più popoloso stato del mondo, la Cina. È difficile non scorgere la valenza simbolica di tutto ciò. La cerimonia sarà, molto probabilmente, anche l'inaugurazione di quello che, da più parti, è stato definito il secolo cinese. Almeno nelle intenzioni cinesi. Sarà un evento sul quale la Cina ha investito molto, in soldi ed in immagine, e che rischia di essere rovinato dall'emergere delle tante, forse troppe, contraddizioni interne, prima fra tutte la questione tibetana. Ma il problema del Tibet si porta dietro tutta una serie di interrogativi più generali inerenti alla natura stessa del governo cinese.

 Prof. Terzuolo, il tour della fiaccola olimpica ha portato alla ribalta la questione tibetana. Può spiegarci cosa sta accadendo e quali sono le rivendicazioni tibetane?
Innanzitutto bisogna fare un po' di chiarezza sui soggetti in questione. Chi o cos'è il Tibet? Qual'è l'autorità cui fare riferimento? Generalmente ci si riferisce al Dalai Lama e a quello che viene comunemente chiamato il "governo in esilio". In questo caso, quindi, le rivendicazioni sono tutto sommato moderate: il Dalai Lama non chiede l'indipendenza dalla Cina, ma solo una forma maggiore e garantita di autonomia. Il punto, però, è che all'interno del Tibet, tra le nuove generazioni soprattutto, le richieste sono molte volte più radicali comprendendo, anche, una vera indipendenza, la stessa richiesta che proviene dalla maggior parte delle nuove generazioni di emigrati tibetani all'estero, più radicalizzate.

Sul versante cinese, invece, che reazione si ha? È credibile attendersi un cambiamento di stile nella gestione della cosa tibetana?
La reazione è, com'è noto, quella di reprimere qualsiasi forma di dissenso, soprattutto le richieste più radicali. D'altra parte la natura stessa della leadership cinese non può essere definita democratica. Abbiamo a che fare con un regime quanto meno autoritario che, nell'affrontare i problemi relativi al Tibet, si mostra per quello che è. Non bisogna poi dimenticare, tra l'altro, che il Tibet ha un'importanza che va ben al di là di quella contingente. Se Pechino dovesse, infatti, retrocedere su questo fronte, allora potrebbe creare un pericoloso precedente al proprio interno, soprattutto in relazione alla provincia dello Xinjiang a maggioranza musulmana. Tutte queste cose fanno sì che le speranze di un cambiamento di rotta non abbiano un fondamento concreto.

In tutto ciò la Comunità Internazionale cosa sta facendo?
La comunità Internazionale, purtroppo, non può fare più di tanto. Certo le prese di posizione di alcuni leader occidentali sono una seria condanna nei confronti di quello che sta facendo la Cina che però, com'è noto, ha sin da subito rimarcato il fatto che il Tibet è una questione del tutto cinese. E che rimarrà cinese.

Sarkozy e Brown hanno già detto che non andranno alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi e, forse, saranno seguiti da altri. Tutto ciò avrà delle ripercussioni? Quali?
Le conseguenze sono difficilmente prevedibili perché è difficile prevedere che reazione potrà avere l'elite cinese. Dipende, sostanzialmente, da quanto è importante la c.d. opinione pubblica globale per Pechino. In parte si è notato che c'è una certa corrente di leader cinesi sempre più sensibile all'immagine della Cina all'estero. Da questo punto di vista, perciò, potrebbe darsi che una condanna potrebbe innescare un ripensamento su come affrontare la questione. Molto più probabilmente non cambierà nulla. La Cina si irriterà di tali giudizi su delle questioni che non riguardano nessun'altro paese, e tutto resterà così com'è. Infine non si può escludere che queste condanne possano, addirittura, avere l'opposto dell'effetto sperato portando, quindi, Pechino ad arroccarsi sempre più sulla propria posizione magari anche inasprendo le relazioni con il Tibet.

La Cina, ormai, è una potenza internazionale a tutti gli effetti con un'economia più che fiorente. Tutto ciò, inevitabilmente, influisce sulle posizioni diplomatiche occidentali. In che modo? Molte volte si ha la sensazione che i guanti di velluto siano un'attitudine più nostra che loro. È giusto?
La domanda, in realtà, ci riporta al più generale quesito se sia la politica a seguire l'economia o il contrario. È indubbio che la Cina rivesta un ruolo sempre più importante anche grazie alle sue invidiabili performance economiche. La questione, tra le altre, è che a livello globale si è creata una tale interdipendenza tra le diverse economie nazionali da rendere difficoltoso, molte volte, una presa di posizione contraria ad un così importante partner commerciale. Se si pensa che la Cina possiede miliardi di dollari in BOT del tesoro statunitense, allora ci si rende facilmente conto che, in definitiva, non è credibile un'intromissione troppo pesante degli Usa, ma anche dell'Europa, nelle questioni cinesi. Ovviamente si ha un risvolto della medaglia; il fatto che la Cina sia in possesso di così importanti interessi economici negli Stati Uniti fa sì che essa sia interessata alla buona salute dell'economia a stelle e strisce. Insomma, nessuno dei due stati ha interesse a che l'altro navighi in acque troppo pericolose. Anche l'Europa, al di là di alcune generiche prese di posizione teoriche, probabilmente non farà molto di più. La mancanza di una posizione comune da adottare nei confronti della Cina rimarca, ancora una volta, il fatto che a livello internazionale l'Europa ha difficoltà a mostrarsi con un'unica voce e che gli interessi nazionali hanno sempre la meglio sulle questioni di principio. È una situazione delicata e ciascun paese valuterà molto attentamente che decisione adottare prima di creare dei gravi danni a sé stesso.

 

 

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