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venerdì 10 aprile 2020

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L’exit strategy di Obama passa per le provincie occidentali

L’offensiva internazionale in Afghanistan si sposta verso ovest, al confine con l’Iran nella provincia di Farah

23.03.2010 - Mauro Annarumma



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Come Genghis Khan, i colossi economici e militari della storia hanno attraversato e combattuto in Afghanistan per la conquista di un lembo di terra sterile in superficie ma dalla posizione invidiabile. Crocevia di popoli, etnie, tradizioni, ma anche e soprattutto eserciti, interessi politici ed economici stranieri, la terra afghana si stende su un largo altopiano che fa da ponte tra il Mar Caspio e l'India, tra la Russia e l'Oceano Pacifico e il Medio Oriente, tra gli Stati Uniti e gli alleati occidentali e il continente asiatico e la Cina.

Meglio di una torre di guardia, l'altopiano afghano si presta all'appostamento di vigili sentinelle sui vicini più irrequieti, Iran in testa.
Con gli oltre 30.000 nuovi soldati statunitensi in arrivo nelle FOBs (Forward Operations Bases) della zona di Shindad e Farah, non lontane dal confine iraniano, la presenza occidentale in Oriente si farà presto massiccia. Un territorio impervio e tormentato da ancora forti presenze antagoniste, i cosiddetti insurgents, un termine che raccoglie un variegato gruppo di fazioni armate, contrabbandieri, bande locali, e talebani, questi ultimi spinti verso Herat dalla pesante offensiva anglosassone nella provincia meridionale di Kandahar ed Elmand che dura da anni con l'operazione Enduring Freedom.

Non è un caso che il nostro contingente lasci Kabul e si rafforzino e si amplino le posizioni ad Ovest. Non è un caso, evidentemente, che la exit strategy di Obama preveda il dispiegamento di ulteriori 30.000 soldati in rinforzo a quelli già presenti. Accanto alle operazioni di ricostruzione del Paese e delle sue istituzioni, le cui fondamenta già stentano a reggere la corruzione e l'opportunismo dell'apparato statale in via di ricostituzione diretto dal presidente Hamid Karzai, il "sindaco di Kabul", non si è mai fermata infatti la missione di peace enforcing nel Paese. Un'operazione che si basa su una presenza sempre più estesa seppure frammentata nella provincia al confine con l'Iran. Nel giro degli ultimi due anni si è passati, infatti, da una condotta esplorativa e di monitoraggio ad una stanziale, espressa con il moltiplicarsi delle FOB, piccoli assembramenti di uomini e mezzi nelle aree più critiche.

Se in termini strettamente militari l'attuale esito della missione internazionale in Afghanistan appare nettamente negativo, considerate le risorse impiegate, sul piano geopolitico esso può dirsi, in prospettiva, un successo. La situazione sul terreno, infatti, non è sostanzialmente migliorata, quando non è peggiorata in taluni casi, e altrettanto si può dire per la condizione della maggior parte della popolazione, ancora sottomessa alle rigide regole dei talibans, soprattutto nelle aree intorno a Farah, Kunduz, Kabul e Khandahar. Ciò nonostante l'Afghanistan resta fondamentale negli attuali equilibri internazionali e non solo per gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati.
Russia, Cina, Iran, in tutti questi anni, non sono certi rimasti alle porte. Le armi giungono prevalentemente attraverso l'Iran. Dalla Cina giungono i prodotti destinati al commercio interno e armi e razzi comprati dalle fazioni armate del Paese. Le agenzie internazionali giocano soprattutto sul piano dell'intelligence la loro sottile battaglia di spionaggio e controspionaggio. Anche i civili di Kunduz, cittadina a Nord di Kabul, mi parlano di finanziamenti ai talebani, numerosi e ben armati nella cittadina, soprattutto da parte del Pakistan e dall'Iran, ma anche dell'Uzbekistan. Chiedo scherzosamente al mio interlocutore, che tra qualche giorno rientrerà per poche settimane a Kunduz, dove lo aspetta la moglie e cinque figli, perchè non si tagli la barba, ora che l'estate è alle porte. Se mi vedono i talebani a Kunduz... -dice, e il gesto che segue è inequivocabile.

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