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martedì 31 marzo 2020

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Afghanistan: la politica della violenza

Uccisioni e propaganda, questa la strategia dei talibans per conquistare la popolazione.

25.05.2010 - Mauro Annarumma



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Il vantaggio di essere sul campo è quello di poter raccogliere informazioni e sensazioni che difficilmente si possono leggere nel resoconto scandito da una notizia di stampa.
Riportare su carta la voce di chi racconta è, infatti, un compito arduo.
M. ha fatto ritorno da Babar Khel, villaggio del comprensorio di Maidansha, distretto di Jeghato, provincia di Vardak. Un piccolo villaggio, che ha la fortuna di ospitare una delle poche scuole aperte a tutti nei dintorni della capitale dell'Afghanistan, Kabul.
Delle prime parole in farsi catturo la mestizia di un uomo rassegnato alla violenza endemica in un P
paese in lotta contro se stesso e gli stranieri, tanti: pachistani, ceceni, kagiki schierati su un fronte, forze militari occidentali e afghane sull'altro.
Così, un atto di sangue può divenire facile pretesto per creare disordini. M. mi racconta, con l'aiuto di un giovane interprete, che venerdì 21 un ragazzo della Babar Khel Maktabi, la scuola del villaggio frequentata da piccoli e adulti, è stato prelevato dalla polizia locale mentre si recava all'edificio scolastico ed è stato accompagnato alla stazione locale. A questo punto il racconto si fa incerto: il comandante della polizia del distretto avrebbe consegnato al giovane studente, di circa 20 anni, 2000 rupie, circa 30 dollari, e lo avrebbe rimesso in libertà. Nella strada del ritorno, il giovane sarebbe stato nuovamente aggredito e ucciso a coltellate da altri agenti della polizia afghana. La voce si è diffusa immediatamente tra la popolazione, qualsiasi fosse la sua veridicità, scatenando le dure proteste di tutto il villaggio. I manifestanti scandiscono da tre giorni slogan feroci contro il Presidente Kharzai, chiedendo che risponda della morte del ragazzo ucciso, secondo gli abitanti, da funzionari del suo governo.
E' chiaro che la difficile realtà dell'Afghanistan non permette una chiara opinione su quanto possa essere accaduto. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, la corruzione e l'assenza di una rete efficace di comunicazione e controllo delle periferie, non sembrano permettere al governo eletto di gestire le forze centrifughe del Paese. Così, anche gli strumenti di controllo e di riferimento delle istituzioni vengono usate per confondere e innescare ondate di odio e sfiducia verso il governo centrale.
Da decenni la politica del terrore vince sulla libera espressione democratica, che in qualche modo si cerca di far fiorire. Intimidazioni, uccisioni, pubbliche esecuzioni, lapidazioni e punizioni corporali di studentesse e donne, spesso sfregiate con l'acido mentre si recano a scuola ove sia loro consentito, asservono la popolazione povera ed analfabeta del Paese alle squadre di terroristi e narcotrafficanti per lo più giunti dal Pachistan, dopo la lotta fratricida per la spartizione del potere tra i mujahiddin del popolo.
Finché non si costruiranno più scuole e ospedali, la sfida del terrore difficilmente potrà essere vinta.

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