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sabato 04 luglio 2020

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Il Nord Africa e la lezione per l'Europa

La marcia dei giovani fa cadere i "dinosauri"

17.02.2011 - Valentina Palumbo



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L’avevano annunciata. E la marcia di Algeri è iniziata.

Duemila persone si sono raccolte nelle vie della capitale, rivendicando un cambiamento, spronati dal successo dei loro vicini mediterranei e dalle dimissioni di Moubarak lo scorso 11 febbraio. Il film sta per essere proiettato per la terza volta?

Si è cercato in questi giorni di dare una spiegazione agli eventi che così improvvisamente si stanno succedendo. Forti interrogativi e stupore vagano nell’aria, e l’Occidente si sveglia oggi chiedendosi con preoccupazione il perché adesso, il perché così tutto assieme, il perché sia potuto succedere in Nazioni si autoritarie, ma “illuminate”, con le quali l’Europa ha intrattenuto buone relazioni, con le quali ha saputo dialogare, firmare trattati ed istituire aree di libero commercio.

Si è parlato di paesi “moderati” quasi meno arabi degli altri, di cui avere meno paura ed in cui andare in vacanza al mare.

Cosa si sa veramente di questi paesi e cosa hanno in comune? Cosa ha saputo legarli a tal punto da far si che il movimento e le speranze di un popolo potessero “contaminare” quelle di un altro?

Per chi ha avuto modo di vivere per un po’ in questi paesi sa bene che Moubarak e Ben Ali sono soprannominati “dinosauri”, un nome in codice, dato scherzosamente per non farsi capire dalla polizia, ma terribilmente chiaro.

Moubarak era al potere dal 1981, Ben Ali dal 1987, rispettivamente trenta e ventitre anni di potere ciascuno, di “adattamenti costituzionali”, di elezioni farsa.

 La Tunisia era considerato un Paese “emergente”, con un alto tasso di alfabetizzazione e di laureati.

I buoni risultati sul piano economico e le riforme legislative, soprattutto nell’ambito dell’istruzione e delle politiche di genere, le avevano dato una buona reputazione. Dati tuttavia che tenevano nella giusta misura le caratteristiche proprie della popolazione (il 70% circa della popolazione tunisina è in età attiva) e le prospettive di lavoro, con la frizione esistente tra aspettative e disponibilità, tra domanda ed offerta di impiego.  

La laurea è diventata un titolo di selezione per mansioni e professioni di livello più basso, con evidenti ripercussioni in termini di calo del prezzo delle prestazioni lavorative, squalificazione dei titoli ed esclusione delle fasce più basse e meno alfabetizzate. Inoltre l’altissimo tasso di corruzione ha rafforzato un sistema non meritocratico di accesso agli incarichi più importanti, accrescendo le sperequazioni economiche e sociali.

La relativa vicinanza all’Europa, il continuo afflusso di turisti e lavoratori che fanno da “vetrina” al benessere occidentale, ha accresciuto la frustrazione per l’insufficienza del potere di acquisto rispetto alle potenzialità del mercato, sempre più integrato, sempre più rifornito. Mohamed Bouazizi, il cui suicidio avrebbe scatenato le rivoluzioni a catena di cui tanto si è parlato in questi giorni, era un laureato costretto a vendere frutta per sostenere la sua famiglia a Sidi Bouzid. Il suo nome resterà alla storia, tanto quello di Jan Palach, a Praga. Ma non è stata solo la disoccupazione e la povertà a dare inizio alla Rivoluzione dei Gelsomini.

Il credito verso Ben Ali e il suo regime, noto come paternalista e “illuminato”, l’immagine positiva e bonaria che i governi europei hanno attribuito alla Tunisia, hanno mascherato agli occhi oggi esterrefatti dell’opinione pubblica internazionale, una realtà ben più cupa. Le problematiche economiche di questo paese sono state accompagnate, in questi 27 anni, a repressioni dei diritti umani, a violazioni di tutele legali, a boicottaggio e soppressione dell’opposizione politica. La cosiddetta guerra al terrorismo, in cui Tunisia ed Egitto sarebbero stati in prima linea al fianco dei paesi occidentali, è stata l’alibi per frenare e giudicare sommariamente i contestatori dei regimi. La lotta contro l’islamismo radicale, ha celato per anni la repressione del diritto ad avere una religione. Portare il velo è diventato discriminatorio, tanto per l’accesso al mondo del lavoro, quanto per essere iscritte all’università. Andare in moschea è equivalso per anni ad essere schedati e sorvegliati; portare la barba è significato per molti uomini essere oggetto di ammende arbitrarie. Molto simile la situazione in Egitto, in cui alle stesse pratiche reprimende, si è associato un livello di povertà ancora più significativo.

Bouazizi, ha aperto un vaso di pandora ed ora questi paesi stanno facendo i conti con il proprio passato. Questi paesi avranno per lungo tempo vivi ricordi del prezzo dei propri diritti e delle lotte per conquistarli. Di questi, forse, noi abbiamo perso memoria.

Certo non è facile fare previsioni, ma da questi eventi l’Europa ha tutto da imparare. Ha da imparare che non esistono autoritarismi virtuosi, che non esistono giustificazioni legittime alle repressioni delle libertà e dei diritti fondamentali, che una corda tirata troppo a lungo si spezza.

I popoli in piazza hanno dimostrato che tutti gli esseri umani aspirano ad essere liberi, anche se questa libertà può essere scomoda a chi libero lo è già.

Questa è la lezione più grande che l’Europa deve trarre in questi giorni.

Solo dopo averla appresa il futuro che verrà potrà essere costruito insieme.

 

 

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